Archivio storico dell'arte — 3.1890

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128 UGO FLERES

oziose e poco giovevoli al decoro della patria. Ma io spero che altre voci, ben più sonore della
mia, si leveranno questa volta a riparare, per quanto è possibile, la cieca e crudel perdita, e nel
rendere omaggio al mio caro morto non voglio lasciarmi vincere dalla sfiducia d'essere ascoltato.

Ora nello scopo d'esser breve, seguirò .il catalogo, movendo dalla prima sala terrena dell'Espo-
sizione, lino all'ultima che ho chiamata sancta sanctorum; cosi mi sarà più facile scegliere e
scorrere senza troppa confusione.

*•

*

La scultura è oitremodo povera nella mostra di « In arie libertas. » UOvidius, egregia statua
di Ettore Ferrari, l'avevamo già ammirato fin da quando lo scultore lo espose a Torino, nella pri-
mavera dell'ottantaquattro, appunto nell'esposizione dove per la prima volta apparve un dipinto
del Ricci, una mezza figura di donna che palesava già non comuni attitudini. L'Arabo sul Ca-
mello e le cinque testine, squisiti bronzi di Eugenio Maccagnani che figurano nella V sala, li
conoscevamo pure da un pezzo. Nò sono nuovi gli altri cinque bustini del Biggi, anch'essi lavori
di bronzo assai delicati.

Basterà aggiungere una parola di lode per il gesso di Ercole Rosa, mezza figura colossale,
ritratto del Manzoni, e per là testa di vecchio modellata da Alfredo Gilbert; e non avremo altro
da notare nella plastica.

*

* *

Fra gli acquerelli primeggiano quelli di Onorato Carlandi e di Augusto Gorelli, diversissimi
i primi dai secondi. Il Carlandi ha pure alcune tele, una fra le altre molto pregevole, segnata
col numero 198. Gli si potrebbe rimproverare un poco di monotonia; i suoi paesaggi, ed egli è
esclusivamente paesista, sono tutti melanconici; ma, forse appunto per questo, il Carlandi, specie
nell'acquerello, è fresco, facile, provetto.

Augusto Corelli ha pure acquerelli e tele. In queste ultime egli rileva una singoiar decadenza :
la maniera gli ha rubato la mano: mediocre sono In cacciata, Orfanella, Nevicata ; brutto, sto-
nalo, il quadro che s'intitola Nel burrone, dove il pittore perde affatto la sua fisonomia e cade
in un pompeggiar falso di colori, dal quale son sicuro che si ritrarrà subito, che s'è anzi
già ritirato. Ben altro valore egli mostra nei tre grandi acquerelli. Due di essi, teste mag-
giori del vero, la prima di bellissimo giovane, la seconda di donna (Tipi del Lazio), sono
pennelleggiati con forza e sentimento rari. Quest'ultima specialmente è magnifica. Il terzo
acquerello s'intitola Serenata, e rappresenta una via di villaggio al primo biancicare del-
l'alba. Le case misere, orride, foscheggiano sotto un cielo coperto di pesante nuvolaglia; il
suòlo è tutto neve. La scena, semplicissima, torva, lugubre, sarebbe stupenda, se non la guastasse
una figura d'uomo, 110, uno sgorbio messo lì in primo piano per dare 1111 soggettaccio al quadro.
E un morto: colui che cantò la serenata; il coltello d'un rivale lo ha freddato; la neve lo ha
mezzo sepolto. Ma 110, è una figura accennata in fretta dopo che il quadro era compiuto; non
può essere altrimenti. Si guardi, si guardi il Corelli dalle smanie romanzesche. Creda che quando
si dipinge una scena come quella, non v'è alcun bisogno di ficcarci quattro segni per ottenere un
titolo sentimentale. Lasci queste cure a coloro, che, non avendo le sue sincere doti pittoriche, son
costretti ad attaccarsi agli uncini, tanto per reggersi.

Nella seconda sala possono notarsi alcune buone pennellate di Enrico Coleman, di Raimondo
Pontecorvo e di 0. Boutry. Ma noi

« andiam che la via lunga no sospinge. »

Per questo non ci fermiamo nella saletta seguente, dove sono i disegni di Alessandro Morani
e di Guglielmo Ciardi; e passiamo di corsa nella quarta stanza, dove si vedono i disegni d'alcuni
stranieri: F. Leighton, Murray, Dante Gabriele Rossetti, Burne Jones, notevoli forse per pregi ch'io
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