Archivio storico dell'arte — 3.1890

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ALFREDO RICCI

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11011 sono capace d'intendere. Solo i miei dubbii cadono davanti al ciclo di dieci acquaforti, L'amore,
oliera di Max Klinger, che a me pare francamente brutta.

In verità questa esposizione non è punto organica; e se ciò non può rimproverarsi, dirò
meglio: non lia più il carattere bene spiccato a cui ci eravamo abituati negli scorsi anni. La
quinta, sovra tutte, riusciva così omogenea, senza scapito dell'opportuna varietà; tanto che ci sa-
rebbe stato facile determinare quali opere vedute altrove vi si sarebbero trovate a loro agio, e
quali no. Nella mostra attuale la mescolanza di stili non si farebbe biasimare, se non ci fosse pure
mescolanza di epoche e, vorrei aggiungere, di attribuzioni.

È evidente che, per voglia di abbondanza, s'è trascurato ogni criterio puro d'arte, e là pare
piuttosto di trovarsi in una galleria di vendite, anziché in una vera e propria esposizione.

Or eccoci nella V sala. Essa è quasi per intero dedicata ai bozzetti e cartoni di Cesare Maccari,
poco ragguardevoli quelli, nobilissimi questi e preziosi. Non posso esaminare i disegni uno per
uno, come meritano; mi fermerò soltanto al maggiore: Cicerone che apostrofa Catilina. È il
cartone del gran fresco recentemente dipinto dal Maccari nel salone centrale del palazzo Madama.
Il cartone, relativamente s'intende, supera il fresco. Non esito ad asserire che inai, come in questo
disegno, ho veduto figurato drammaticamente un episodio storico.

Dovendo parlare soltanto del cartone, non è qui il caso di descrivere la scena. Quel che importa
è stabilire i caratteri della rappresentazione pittorica del Maccari, in quanto si rilevano in questo
cartone. L'energia e accuratezza del disegno son pregi specialissimi dell'opera, e non esiterei a
chiamarli straordinarii, se non mi paresse di scorgervi una certa lieve deflcenza di bellezza : voglio
dire che i personaggi di questa popolosa scena sono troppo generalmente o brutti o non belli. C'è
bisogno d'avvertire che io non pretenderei già di vedere i senatori romani dotati di forme da
atleti, da efebi, da numi? Io credo che il pittore poteva immaginarne meno di goffi, tozzi, talora
ridicoli. Perchè tutti bruni e di pelle ruvida? e alla fin fine, perchè nessuno bello o per formosità,
o per aspetto venerando?

Questo difetto, se pure non m'inganno, è largamente compensato dalla varietà somma e dalla
giustezza incomparabile degli atteggiamenti. Mentre Cicerone inizia l'arringa con efficacissimo gesto,
si che par quasi di udire le prime parole: « Usque tandem , » nel tremolio delle labbra e nel fre-
mito delle mani, vedonsi nei volti e negli atti dei senatori, e qui l'attenzione, e lì la soddisfazione, e
altrove la curiosità, il turbamento, l'indifferenza, la noja. Il Maccari ha còlto sul vivo un gran numero
di espressioni caratteristiche, così che la conversazione in parte muta, se mi si lascia dire, è resa
con non mai vista evidenza. Solo Catilina non è atteggiato con quella semplicità e schiettezza che
si poteva desiderare; anzi la concitazione alquanto teatrale che egli palesa, non è sincrona con
quel che Cicerone sta pei' dire e gli altri stanno per intendere; cioè, in tutto il resto del quadro
siamo al principio dell'orazione; nella figura di Catilina siamo al colmo dell'invettiva, poiché, altri-
menti il fiero e superbissimo uomo non potrebbe apparirci cosi fulminato.

Ma dobbiamo passar oltre.

*

* *

Eccoci nella VI sala.

Son qui molti lavori di stranieri, degni più che d'altro, d'un po' di curiosità, se si eccettuano
un ritratto magistralmente dipinto dal Lenbach, un quadro fantastico di gradevole effetto, dello
Knuepfer, e una Madonnina di Ernesto Hebert. Quest'ultimo quadretto, anzi quasi bozzetto, è poca
cosa come pittura, ma è amabilissimo: la Madonna tiene in braccio il Bambino Gesù, e con atto
di rara grazia se ne appressa una manina alle labbra. Il fondo verde cupo dà l'idea d' una selva
per cui si filtri il lume del sole, spargendo intorno al gruppo come una costellazione.

Degli altri lavori di forestieri non mi pare occorra d'intrattenerci; lascio libero il campo del-
l'entusiasmo a coloro i quali, basta che vedano la marca di fabbrica estera, e subito smaniano e
fanno di tutto per esaltarsi.

Dei quadri nostrani, mi piace molto il Ritorno dal pascolo, di Luigi Gioii, e credo notevole
qualche pezzo del Cabianca, del Riseo, del Pontecorvo, di Telemaco Signorini, e il pastello di Giu-
seppe De Nittis : La spianata degl'Invalidi.

Archivio slorieo dell'Arte. - Anno III, Fase. III-.IV

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