Archivio storico dell'arte — 3.1890

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ALFREDO RICCI

eseguita più o meno bene. E talora, anco nei quadri de' provetti, noi sentiamo piuttosto il modello
che il personaggio voluto, immaginato dall'autore.

Questo non accade mai per la pittura di Alfredo Ricci;'e non può accadere, per la ragione
detta dianzi: egli non dipingeva se non per fissare una sua visione.

Si badi: con ciò non intendo dire che il Ricci si lasciasse trarre dal manierismo. No; egli era
veramente artista, e voglio dire, possedeva l'equilibrio della concezione e dell'esecuzione. Quando
manca quest'armonia, se eccede il primo elemento si ha l'ingegno poetico, ma debole e come so-
speso in un supplizio di Tantalo; se eccede il secondo elemento si ha la facoltà plastica pedestre,
incapace di lasciar segno durevole.

Ora egli aveva la poesia dell'immaginare e dell'eseguire; credo anzi che pochissimi alla sua
età abbiano mai posseduto altrettanta compenetrazione delle due energie. E da ciò appunto
deriva quel suo carattere artistico sul quale torno e ritorno, quel carattere di visione personale
e di fattura spontanea, direi istantanea. S'illumini d'una luce di gentilezza l'organismo pittorico
in tal modo concepito, e avremo innanzi il ritratto ideale di Alfredo Ricci.

*

-x- *

Colgo il momento per tratteggiarne anche il ritratto fisico; varrà almeno per rendere meno
monotona questa lettura.

Alfredo ora piccolo, non magro, ma piuttosto gracile. Era miope e usava d'ordinario gli oc-
chiali a stanghetta. Il volto era alquanto quadrato, di pelle scura e povero di colore ; la fronte
spaziosa, il naso breve, gli occhi bruni sotto folte sopracciglia di forte arco ; neri i capelli, nera
la rada barbetta liscia. La voce era scarsa e ingrata, di suono di testa, un po' nasale, forse per
non salda costituzione respiratoria: e infatti la malattia che lo trasse al sepolcro in una settimana,
fu cagionata da vizio ai bronchi.

Egli aveva intelligenza aperta ad ogni leggiadro studio: gustava molto la poesia, più ancora
la musica. Nè' voglio dire che sperperasse le sue forze in varii esercizii da dilettante; no; assa-
porava il miele, respirava con delizia l'effluvio dei varii fiori che il giardino intellettuale produce ;
ma tutti questi varii godimenti gli servivano perchè si arricchisse l'unica attitudine sua e dive-
nisse ognor più intensa.

L'ho detto e ripetuto: l'indole del suo ingegno era gentile; per questo, quantunque sì mira-
bilmente dotato di facoltà spontanee, egli fu studiosissimo. Valgano a provarlo i tre lavori che
vediamo ora nella collezione esposta, e che già avevamo ammirato nella mostra d' « In arte libertas »
dell'anno scorso, in una sala terrena del palazzo di Belle Arti: Studio da Masaccio; due Studii
dalla Primavera di Sandro Botticelli.

*

* *

Fermiamoci ora ad osservare se nei lavori che il Ricci, per l'ultima volta, espose insieme
con quei tre fini e accurati saggi dall'antico, offrano qualche aspetto nuovo. Sono tre studii di
paese con figura, assai simili d'intenzioni e d'effetto tra loro, così che basterà considerare soltanto
il più notevole: La raccolta delle mandorle.

Finora nella produzione di Alfredo non avevamo veduto alcun pastello; ed ecco eh' ei ci si
presenta d'un tratto padronissimo di quest'altro mezzo di pittura. La raccolta delle mandorle non
ho voluto chiamar quadro, perchè come in gran parte de' suoi lavori, il Ricci non vi cerca altro
che un soggetto di studio. Più tardi, col medesimo tema, pensa il quadro che forse, se la morte
non gli avesse negato il tempo di compierlo, sarebbe ora il più bel prodigio della collezione. E
dipinto a olio, con pochissimo colore sur una tela spalmata d'una tinta rossastra. Nel campo le rac-
coglitrici sono intente al lavoro; una, la prima, è in piedi in atto d'appuntarsi i capelli su la nuca.
Non credo si possa veder nulla di così rapidamente reso. Il disegno, quantunque tuttavia sfumante
sul fondo incerto d'un colore d'ardesia leggermente animato di porpora, è di meravigliosa giu-
stezza; il colore, poche pennellate, è finissimo e forte, d'una sobrietà singolare, d'un impasto così
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