Archivio storico dell'arte — 3.1890

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che non ne possiede nè lo slancio nè l'anima. Infatti
son difficili a spiegarsi certi difetti dell' Àbramo, se si
ridotta che Rembrandt, nell'anno cui questo quadro si
attribuisce, era proprio nel pieno possesso di tutti i suoi
mezzi.

A questo parere si accosta anche il signor Durand-
Grcville, il quale pure crede che VAbramo sia opera di
un discepolo del Rembrandt; ma eseguita sopra uno
schizzo del maestro, e poi da questo ritoccata, firmata
e venduta come sua. Nel 1656 Rembrandt si trovava
corto a quattrini, e non deve avere esitato a far suo
prò di un'usanza propria del tempo.

Un' altra osservazione curiosa è stata fatta da un
abbonato del Temps, e da lui comunicata a questo gior-
nale. Egli fa notare che nel quadro del Pecq vi è una
figura con occhi azzurri, mentre in nessun quadro del
Rembrandt, esistente al Louvre, si vede tale particola-
rità. L'azzurro del resto era un colore che non andava
a sangue al Rembrandt, il quale lo odiava addirittura,
coinè quello che, dato il sistema del maestro, non do-
veva trovare posto alcuno nei suoi quadri. E infatti,
nota il Temps, anche nell'immensa tela della Ronda
notturna non si vede comparire l'azzurro che in picco-
lissima parte nella lancia d'uno degli alabardieri.

Anche il sig. Andrea Michel, in un lungo articolo
inserito nei Debats, parla del Rembrandt del Pecq, e
conclude che se lo avesse veduto in una pubblica gal-
leria avrebbe scritto in margine al catalogo, o nel suo
taccuino dei ricordi : Buonissima scuola, Aart de Gel-
der??? con una buona quantità di interrogativi.

11 signor Durand Greville però è d'opinione che di
questi interrogativi potrebbe farsi a meno, e si appoggia
sopra una coincidenza veramente notevole. Mentre nel
primo suo scritto su questo quadro egli metteva in evi-
denza il grande effetto che a prima vista produce,
constatava poi che la sua esecuzione, osservata minu-
tamente, presentava una franchezza da sbalordire, per
la quale tutto era stato adoprato, dal manico del pen-
nello fino alla spatola dei colori. Contemporaneamente
il signor Michel dava alle stampe il suo articolo, nel
quale riporta un passo di Honbraken, il quale, parlando
di Aart de Gelder, dice che per dipingere non adoprava
solo il pennello, ma le dita, il pollice, e qualche volta
posava il colore con la spatola e anche con l'asta del
pennello, pur di produrre un buon effetto a distanza.
Ecco dunque, dice il signor Greville, chi è l'autore del
quadro, rivelato in modo non dubbio dalla sua esecu-
zione. Ma Aart de Gelder nel 1656, data del quadro,
non aveva che undici anni, e a quell'età non si fanno
pitture sì belle. Dunque la data come la firma son false,
ed ha ragione il perito che l'ha attribuito non a Rem-
brandt ma alla sua scuola.

Cosi però non l'hanno intesa gli eredi della signora
1.egrand, i quali han citato davanti ai tribunali il can-
celliere del Vesinet e il perito Gandouin, perchè ven-
gano obbligati a restituire il quadro venduto il 26 gen-
naio, sotto pena di una ammenda di mille franchi per

ciascun giorno di ritardo. Iniziando questo processo di
rivendicazione prendon per base il punto che vi è stato
errore di attribuzione nell'autore del quadro, e chia-
mano in causa anche il compratore signor Bourgeois,
perchè anch'egli è in dolo, avendo fatto comprare, con
conoscenza di causa, un quadro qualificato della scuola
di Rembrandt e ch'egli sapeva essere un Rembrandt
originale ed autentico.

Ecco dunque iniziata una causa giuridico-artistica
che promette riuscire interessantissima, e che porterà
qualche sicura luce nella intricata questione dell'auten-
ticità del quadro. Questa adesso è contestata da ogni
parte, e non mancano artisti i quali negano perfino che
questo dipinto sia dell'epoca di Rembrandt.

Nelle future cronache non mancherò di seguire l'an-
damento di questa intricata questione.

— Un altro quadro che minaccia di diventar celebre
a Parigi è l'Olimpia di Manet, che figurò nel Salon del
1865, e sulla (piale ne furon dette di tutti i colori, co-
minciando da Beaudelaire che la stimava pari alla Ve-
nere del Tiziano, e venendo a Legouvé, che non si pe-
ritava a sentenziare che se tutte le donne avessero so-
migliato l'Olimpia, gli uomini avrebbero dovuto tutti
andare a farsi certosini.

Il signor Claudio Monet si è fatto ora iniziatore di
una sottoscrizione diretta a mettere insieme i fondi ne-
cessari per comprare l'Olimpia di Manet e regalarla al
museo del Lussemburgo, non potendo il Louvre accet-
tare che opere di artisti morti da dieci anni almeno, ed
essendo Manet morto da sette anni soltanto. Ventimila
lire son già raccolte, e si spera che bastino per com-
prare il quadro dagli eredi del suo autore; ma è in-
certo ancora se la Commissione dei musei accetterà pel
Lussemburgo il dono che gli si vuol fare, e sul quale
sono state fatte critiche tanto violente.

Per finirla coi quadri che han messo il campo a ru-
more in questi ultimi tempi, mi si lasci riferire che il
famoso Angelus di Millet, esposto al pubblico mediante
pagamento, ha prodotto ai suoi proprietari, nella sola
Nuova-York, un benefizio di ben 205,000 lire. Chi mai
avrebbe detto che quelle due figure fossero altrettante
miniere di diamanti?

— Alla fortuna dell' Angelus fa miserabil riscontro
la disgrazia del Carlomagno della piazza di Notre-Dame,
opera colossale, al cui compimento il distinto scultore
Luigi Rochet dedicò ben dieci interi anni di vita. Que-
st'opera, pregevole assai, nacque sotto cattiva stella.
Quantunque esposta in due Esposizioni universali, e
quantunque venisse offerta al Comune e allo Stato, non
trovò mai un compratore, e l'autore morì senza avere
avuto alle sue fatiche altro compenso che la sterile sod-
disfazione di vedersi accordato un pezzetto del Par vis
Notre-Dame per collocnrvela.

Nessuno di quelli che vi han lavorato è stato pa-
gato; tanto che uno di essi, dopo avere invano recla-
mato il prezzo del suo lavoro, fece intimare la vendita
del Carlomagno pel 25 febbraio decorso. E questi il si-
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