Archivio storico dell'arte — 3.1890

Seite: 170
DOI Heft: 10.11588/diglit.18089.20
DOI Artikel: 10.11588/diglit.18089.21
DOI Seite: 10.11588/diglit.18089#0182
Zitierlink: i
http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/archivio_storico_arte1890/0182
Lizenz: Creative Commons - Namensnennung - Weitergabe unter gleichen Bedingungen
facsimile
170

della città in cui oggi si concentra la vita, in cui sorgono il castello, il teatro, i musei e le case
dei ricchi, rassomiglia ad un parco, il quale forma la miglior cornice che si possa immaginare agli
edilìzi belli già per se stessi. Il museo, colossale edilizio a tre piani veramente imponente, è, quanto
a disposizione nell'interno, uno dei migliori che io conosca; specialmente la galleria di quadri non
lascia nulla a desiderare, per la disposizione dei locali, per l'illuminazione ed il collocamento delle
pitture; nelle sale in cui la luce non entra dall' alto, ma da un lato, le pareti vanno in direzione
obliqua alle finestre: insomma il museo è degno in tutto e per tutto della collezione che lo oc-
cupa, la quale è tanto ricca, che tutti e tre i piani dell'edilìzio ne sono pieni.

Il pianterreno contiene la collezione d'antichità e in generale tutte le sculture alquanto grandi,
oggetti medievali e d'importanza storica, ecc. Il primo piano è occupato dalle pitture, dai disegni
e dalle incisioni; e nel secondo piano sono raccolti tutti gli altri oggetti artistici e lavori d'arte
industriale. Fra questi ultimi si trovano alcuni pezzi di valore immenso, fra cui accenniamo sol-
tanto al celebre vaso di onice proveniente da Mantova e alla raccolta incredibilmente copiosa di
smalti di Limoges. Di somma importanza per gli studiosi della ceramica italiana è una collezione
di faenze italiane, che per quantità non è superata da alcun'altra, giacché, stando al catalogo,
essa consta di mille e novanta pezzi. Essa giunse probabilmente fin dal secolo xvn in possesso
della casa ducale di Braunschweig, e fu allora collocata nel castello di Salzdahlum; non conta
che pochi lavori di primissimo ordine, ma vi è rappresentata la maggior parte delle officine ita-
liane. Nel rapido esame che ne ho fatto, ho notato una cosa singolare, che cioè le maioliche di
Gubbio sembrano mancarvi affatto.

Nella pinacoteca, che racchiude un tesoro di opere eccellenti dell'arte fiamminga, fra cui
sette quadri più o meno pregevoli di Rembrandt, i maestri italiani, almeno quelli del fiore del
Rinascimento, non sono rappresentati che molto scarsamente. Vi sono alcuni buoni quadri della
fine del secolo xvi e del Seicento, e fra essi è notevole uno, veramente pregevole, attribuito a
Guido Reni ma che certo non gli appartiene, rappresentante Cefalo e Procride. Un altro dipinto
attribuito allo stesso maestro, una Cleopatra morente, è tanto ritoccato che è affatto impossibile il
dire ciò che fosse in origine; la stessa composizione ricorre molto spesso, e ce n'è un buon esemplare
nel museo di Gassel. Quattro piccole pitture su rame, ascritte a Francesco Albani, non sono che lavori
eseguiti nella maniera di questo artista da un pittore fiammingo dei dintorni di Poelenburg; ac-
cenniamo finalmente ad uno stupendo dipinto (n. 477), una coppia di pastori in un paesaggio, che
il catalogo indica come opera di Annibale Carracci. Due quadri non hanno purtroppo nulla che
fare coi grandi nomi che portano: il numero 454, una testa d'uomo detta di Giorgione, è una
copia, e il numero 452, una testa affatto rovinata e ritoccata, detta di Raffaello, porta manifesta-
mente l'impronta della scuola veneziana posteriore. Di questa scuola però la galleria possiede una
delle più belle opere, cioè VAdamo ed Eva, uno dei primi dipinti di Palma il vecchio, che
quando fu acquistato portava il nome di Giorgione. Il quadro è nominato dal Morelli, ed il Crowe
e il Cavalcasene ne fanno una lunga descrizione, alla quale io rimando i miei lettori. E a deplo-
rarsi ch'esso sia orribilmente ritoccato, e certamente deve attribuirsi a ciò se il Crowe e il Ca-
valcasene ne criticano la rozzezza dell'esecuzione; del resto non posso consentire con essi nel ri-
tenerlo meno che mediocre. Fra i lavori del Trecento, pochi e di valore scarsissimo, merita di
essere nominato un trittico di Alvaro di Piero, perchè, secondo il Crowe ed il Cavalcasene, non
si conoscono che due opere di questo artista, una in Fossabanda presso Pisa, l'altra a Volterra ;
il trittico di Braunschweig porta la scritta Opus Alvari Pelvi 1434.

Da quanto si è detto, gli studiosi dell'arte italiana possono vedere che anche per essi il museo
di Braunschweig merita di essere visitato. Probabilmente anche il gabinetto dei disegni contiene
tesori ancora sconosciuti; per esempio, fra i disegni esposti, ho veduto un foglio con due studi a penna
di Cosimo Tura, molto interessanti, sui quali vorrei richiamare l'attenzione dei ricercatori. Ma di
maggiore interesse per coloro che si occupano della pittura italiana dovrebbe essere la collezione
del signor Enrico Yieweg, della quale voglio dare in queste pagine una breve descrizione.

Una graziosa casa, fabbricata con speciale riguardo degli oggetti artistici che vi sono raccolti
e disposta con fine intelligenza, contiene questa ricca collezione, la quale, per i quadri collocati
nelle stanze con vero gusto e non nella maniera delle gallerie, ha per il visitatore una doppia
loading ...