Archivio storico dell'arte — 3.1890

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WILHELM LODE

dovrebbero per ora esser denominati nel modo suddetto. Per tal modo nel numero considerevole
di pitture di maniera leonardesca indeterminate o falsamente attribuite, si potrebbero distinguere
un « maestro della Madonna Litta » un « maestro della Salome di Dresda », ecc. Di questi non
voglio occuparmi più da vicino, tanto più che il dottor von Seidlitz ha già cominciato, e con fe-
lice successo, un ampio lavoro sui pittori milanesi di quel tempo. Però, probabilmente, non cadrà
nel campo de' suoi studi un artista lombardo il quale, secondo me, si deve cercare fuori di Milano,
e le cui opere ho incontrato in molte e varie gallerie. Vorrei quindi in poche parole richiamare
l'attenzione dei lettori su questo interessante maestro, il quale pel fare che gli è proprio mostra
un carattere nettamente distinto dagli altri pittori della scuola.

Fra le pitture che l'Accademia di Venezia comperò dalla Galleria Manfrin per la sua raccolta,
e che per parecchio tempo furono tenute in un piccolo locale dell'Accademia, uno dei quadri più
grandi è una Lavanda dei piedi di Cristo, che fu aquistato sotto il nome di Pietro Perugino e
ora porta il nome di Boccaccino. La data MGGGGG, scrittavi sopra in grandi cifre, non si opporrebbe
a tali attribuzioni; ma basta dare al quadro una sola occhiata per persuaderci ch'esso non appartiene
nò al Perugino, nò ad un artista della sua scuola. Ottone Mùndler, nelle sue aggiunte al Cicerone
di Burckhardt (1873), fu il primo che lo ascrisse con la massima sicurezza a Boccaccio Boccaccino,
attribuzione accettata dal Cavalcasene con qualche riserva, e nuovamente pronunciata infallibile dal
Lermolieff. Certo, questa attribuzione corrisponde giustamente alla scuola, alla quale il quadro deve
appartenere. I colori forti e dal tocco sicuro, con prevalenza di un forte color giallo, alcune teste
arieggianti quelle della Cena di Leonardo, accennano già con certezza alla Lombardia. Ma le teste di
forma ovale, gli occhi vitrei come quelli delle civette, l'armonia e lo smalto dei colori, che ricor-
dano il Cima, come pure il bel paese del fondo, il disegno delle figure svelte con teste piccole
e spalle larghe, le pieghe lunghe e ben studiate della forma e dal movimento del corpo la
natura dalle stoffe, gli ornati ricchi sopra i vestiti, ed altre particolarità, che il Mùndler indica
appunto come caratteristiche del Boccaccino, mancano affatto nel nostro dipinto; e nella rac-
colta della stessa Accademia troviamo la migliore occasione di fare il confronto con un capola-
voro firmato del Boccaccino, la Santa Conversazione, col quale corrispondono altri quadri del
Museo Correr, nella Pinacoteca di Padova, nella Galleria di Sir Henry Layard e sopratutto gli
affreschi nella Cattedrale e i quadri nelle Chiese di Cremona.

Il maestro della Lavanda invece ha i colori forti, duri e vivissimi, le pieghe dure (rassomi-
glianti un po' alle pieghe del Perugino), le estremità mal disegnate, le mani lunghe e strette con
dita magre come rebbi di una forchetta, il fondo nero, i tipi copiati da Leonardo.

Ma se innanzi a questo solo quadro potessimo ancora esitare a negare che esso provenga dal
Boccaccino, ogni dubbio scomparirà osservando le varie pitture che mostrano manifestamente la
stessa mano, e che si trovano sparse in varie gallerie e chiese.

Un quadro di straordinaria ampiezza e molto simile alla Lavanda dei piedi trovasi nella gal-
leria Sernagiotti a Venezia, ed è la 'Cena in Emaus, ora esposto dall' antiquario A. Marcato a
Venezia. Le figure sono grandi più del naturale, e quindi, risaltando maggiormente i difetti del-
l'artista, questo dipinto è inferiore alla Lavanda. Il disegno è notevolmente manierato e gli scorci
male eseguiti. Sembra che l'artista stesso abbia conosciuto la sua debolezza, perchè le teste, co-
perte in parte di folti ricci, sono disegnate di profilo; parecchie di esse ricordano evidentemente
la Cena di Leonardo. Gli stessi colori che si osservano subito nella Lavanda, sono caratteristici
anche per la Cena in Emaus ; oltre al giallo molto vivo, si notano il rosso e il verde. Il capo
del committente ò la cosa più riuscita del quadro, ed è un ritratto vivente.

Egual carattere ha un altro quadro dell'Accademia di Venezia, rappresenta la Madonna fra
S. Girolamo e S. Simeone (N. 62); mezze figure sopra fondo, di grandezza al vero. Le teste dei
santi pure qui sono quasi copiati dalle teste della Cena di Leonardo.

Di quadri del nostro anonimo esistenti in chiese non ne conosco che due, cioè una Sacra
Famiglia con santa Caterina in mezzo ad un paesaggio e l'altro che gli fa riscontro, rappresentante
i santi Girolamo e Giovanni Battista nella sacristia di santo Stefano a Venezia, per la quale pro-
babilmente sarà stato eseguito. Pur troppo i quadri sono appesi troppo in alto; ma da quanto ho
potuto esaminarlo, la Sacra Famiglia mi sembra il capolavoro di quell'artista. Le figure, di me-
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