Archivio storico dell'arte — 3.1890

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RECENSIONI E CENNI BIBLIOGRAFICI

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« chiesa appartenente ai monaci di Farfa, che quivi eb-
« bero un loro monastero : ivi sono bellissime pitture
« in fresco rappresentanti soggetti religiosi. Coloro che
« l'hanno vedute dicono che si accostano grandemente
« alla maniera di Gentile da Fabriano. Di queste pit-
« ture non parlano né il Ricci nè altri. » Essendo questo
il solo accenno che di quelle pitture fin qui sia stato
fatto in stampa, l'A. fu mosso a tracciarne una descri-
zione e a rilevarne i caratteri precipui dello stile. E
dopo avere descritto e analizzato parte per parte gli
affreschi, con diligenza ed amore, l'A. si chiede: ma è
veramente Gentile da Fabriano il pittore di questi af-
freschi? Paragonando quelle pitture specialmente con
VAdorazione dei Magi dell' Accademia di Belle Arti di
Firenze, l'A. trova qualche analogia, forse troppa. « Lo
stesso spirito d'esattezza, egli dice, la stessa inconten-
tabilità finché non sia sottilmente ritrovata ogni linea,
la stessa predilezione delle intonazioni chiare, la stessa
libera espansione dell'animo, e, quasi direi, la traccia
delle stesse compiacenze nel dar vita ad un leggiadro
tipo giovanile. Nelle pieghe una medesima cura e fini-
tezza e persino somiglianza di quel rompersi ed avvol-
gersi della parte estrema del manto della Madonna, che
offre il bambino al bacio del vecchio prostrato nell'A-
dorasione di Firenze, cogli espedienti che terminano il
manto di S. Antonio negli affreschi di S. Vittoria. » Più
che questi riscontri, noi ne troviamo invece altri stret-
tissimi col polittico di recente entrato a far parte della
Galleria Vaticana, e che, quantunque sia ascritto a Gen-
tile, rammenta i caratteri della scuola fulignate, de' pre-
cursori di Niccolò, detto impropriamente l'Alunno. Il
maestro deve avere fiorito verso la metà del se-
colo xv, e non sarà forse difficile rinvenirne il nome,
specialmente con l'aiuto degli elementi analitici forniti
dall'A. Con Gentile da Fabriano però non ha, secondo
il nostro parere, che riscontri generali, che quella so-
miglianza avente tra loro pittori contemporanei, non
affinità di origine o di scuola. Lello da Viterbo, ad
esempio, che s'ispirò alle opere di Gentile, quantunque
gli sia di gran lunga inferiore, è trascinato a ripetere
i suoi tipi ; mentre il pittore di S. Vittoria in Matenano
e del polittico della Galleria Vaticana riproduce forme
umbre stereotipate. Aspettiamo che l'A., valendosi an-
che di questo riscontro, compia da par suo l'importante
studio sull'attribuzione degli affreschi.

O. Maruti

Antonino Maresca. Sulla vita e sulle opere di Miche-
langelo Naccherino. - Appunti, Napoli, Giannini, 1890,
pp. 78.

E un'utile monografìa su quello scultore fiorentino,
che dimorò in Napoli per circa mezzo secolo, che il
De Dominici disse napoletano, e sul (piale si avevano
incerti ragguagli. Gli studiosi fiorentini potranno dirci
da chi fosse educato il Naccherino; la sua arte, mentre

riflette le forme michelangiolesche del Bandinello, ha
certe reminiscenze più antiche, di forme più caste, di
grandiosità scultoria minore. A Palermo esistono i
primi lavori conosciuti del Naccherino, e cioè due statue
marmoree nella grandiosa fontana che adorna la piazza
Pretoria, 1' una rappresentante una divinità fluviale,
l'altra una Nereide, segnata la prima Opus M. Angelus
Nacherinus fior., e la sconda Opus Me. Angelus Na-
cherinus fior. (1575 circa). Nella chiesa di S. Agata in
Castroreale, nella provincia di Messina, vedesi un'opera
eseguita dall'artista, probabilmente nel tempo in cui si
recò in Sicilia, e rappresenta un gruppo della Vergine
col Bambino, opera alquanto goffa, che l'A. esalta
troppo.

A Napoli esistono dello scultóre un Crocifisso mar-
moreo nella chiesa di S. Carlo all'Arena, una « Pietà »
nel frontone della cappella del Banco della Pietà in
Napoli, una Vergine in S. Giovanni a Carbonara (1601),
un Sant'Andrea nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli,
la sepoltura del Cardinale Alfonso Gesualdo presso la
porta di S. Restituta (1603 circa). Una statua colossale
in bronzo nel duomo di Amalfi (1604), una statua di
S. Matteo nel duomo di Salerno (1606) e infine il gruppo
rappresentante Adamo ed Eva in una fonte del giardino
Boboli a Firenze (1616) compiono la serie dei lavori
firmati dall'artista. A questi l'A. fa seguire l'elenco di
tutti gli altri lavori che gli sono attribuiti e che esi-
stono in Napoli. Se l'A. avesse posto mente ai carat-
teri stilistici del Naccherino e avesse anche voluto de-
sumere alcuni dati dai documenti d'archivio da lui rac-
colti, avrebbe potuto più giustamente, invece di classi-
ficare le opere firmate prima e le non firmate poi, di-
scorrere delle opere autentiche con o senza firma, e
tracciare meglio la evoluzione dell' artista. Il suo la-
voro avrebbe avuto quell'organismo che non ha, costi-
tuito com'è di separati cenni di opere diverse dello
scultore. Invece di lodare la espressione di questa o
quella figura, di accennare i suoi pregi da un punto di
vista assoluto, avrebbe dovuto analizzare i caratteri
individuali dell'artista, le peculiari sue forme, le abitu-
dini sue proprie. Il buon metodo gli avrebbe anche im-
pedito forse dall'eccedere nelle lodi del Naccherino, che,
secondo lui, « seppe unire la bellezza delle forme alla
sublimità dell'espressione ». E qui proprio l'A. non
ebbe misura nell'elogio, chè il Naccherino, fra gli altri
scultori del suo tempo, non si estolle, e vive nel limbo
dei mediocri, vive fra quelli che espressero l'impoveri-
mento, l'inaridimento progressivo dell'arte cinquecen-
tista, la sostituzione della formula all'idea. Redimerlo
dal limbo è troppo generoso; redimerlo dall'obblio era
giustizia di storico. E in questo l'A. è riuscito, racco-
gliendo anche sull'artista numerosi documenti, di cui
fornisce diligente benché rapido riassunto, e che ser-
vono tanto a comporne la biografia, come a correg-
gere inveterati errori e false opinioni. 11 libro e una
buona raccolta di materiali per farlo.

O. Maruti
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