Archivio storico dell'arte — 3.1890

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caratteri sopra accennati si vedono anche in un gruppo
lavorato in pietra serena, in cui sono scolpiti in gran-
dezza quasi naturale due fanciulli che lottando son ca-
duti a terra, e in un busto in terra cotta rappresentante
San Gioca/ini, di grandezza naturale; ambedue queste
sculture si conservano nel South Kensington Museum.

Allo stesso artista, che l'A., non conoscendone il
nome, distingue con l'appellativo di « maestro dai fan-
ciulli rozzi, » egli attribuisce una statuetta in terra
cotta della Madonna col bambino nel museo di Berlino;
la Madonna ha forme slanciate, la testa piccola, il collo
lungo, e mostra quindi analogia con quelle di Desiderio
da Settìgnano; il manto tirato sul capo e ricadente
sulla fronte in pieghe ondulate ricorda le figure in terra
cotta in stretta relazione con l'arte del Trecento. In-
vece il bambino, che scopre violentemente il seno alla
madre per poppare, accenna in tutto e per tutto all'i-
gnoto autore dei gruppi prima nominati; e gli stessi
caratteri mostrano tre bambini che stanno, uno sulle gi-
nocchia, gli altri due intorno ad una Carità, in possesso
di un negoziante in Firenze; anzi i due che stanno a
terra sono così brutti e pesanti, che l'A. suppone che
il gruppo sia o una Madonna col bambino convertita in
Carità con la loro aggiunta, o una rozza e brutta copia.

In fine con minore certezza è assegnato dal Bode
allo stesso artista un gruppo in terra cotta, di gran-
dezza quasi naturale, nel South Kensington Museum : è
un modello di fontana, in cui due fanciulli nudi che si
tengono abbracciati, stringono il collo d'un cigno che sta
dietro di loro, e il cui becco deve formare la bocca della
fontana; questi due fanciulli, prescindendo dalle forme
che sono più dure, sono copiati da un gruppo di Do-
natello, quello dei due fanciulli abbracciati, a destra, nel
tabernacolo dell'Annunciazione in Santa Croce in Firenze.

Concludendo, il Bode ritiene quest'artista un seguace
di Donatello, vissuto circa la metà del secolo xv ; anche
in lui il genere si limita al putto e manca nella Ma-
donna, cosa del resto caratteristica nell'arte fiorentina
del Quattrocento, alla quale la riverenza religiosa im-
pedisce di introdurre n 'Ile sacre rappresentazioni il
genere, che per conseguenza non giunge in quell'epoca
a un vero e pieno sviluppo.

G. Coceva

Franz Wickhoff. — Die bronzene Apostelstatue in der

Peterskirche (« Zeitschrift tur bildende Kunst », I, 4,

Januar 1890).

La statua in bronzo di S. Pietro che da molti è ri-
tenuta della prima epoca cristiana e considerata come
uno degli ultimi prodotti della tecnica antica, lavorata
circa nel v secolo, e che alcuni archeologi dicono sia
un'antica statua di console, tramutata con aggiunte po-
steriori in quella del principe degli apostoli, fu già dal
Didron posta nella seconda metà del secolo xiii e giu-
dicata una delle più belle del medio evo. Il Wickhoff
non solo divide questa opinione, ma la conferma con
giuste osservazioni, dimostrando fra altro che il S. Pie-
tro non può essere un'antica statua di console anche
per il fatto che i manichi delle due chiavi e la correg-
gia che li unisce sono modellati in leggiero rilievo sulla
veste stessa della figura ; nota che il suo atteggiamento,
rigido ma pieno di vita e di forza, accenna ad un'arte
che comincia e non già ad una che finisce, cosa con-
fermata anche dai molti contrasti che si notano fra le
varie parti della statua stessa, contrasti che rivelano
una incerta e malintesa imitazione dell'antico.

Ma la parte più importante di questo studio, a pro-
posito del quale accenneremo solo di volo che per al-
cune asserzioni che qua e là si trovano avremmo deside-
rato delle prove più convincenti, è quella in cui l'A. cerca
di assegnare alla statua il posto che le conviene nella
scultura del Duecento: egli fa un accurato confronto
fra la statua di san Pietro e le opere di Arnolfo di
Cambio, fra le quali mostra intima affinità con essa la
Vergine della tomba del cardinale di Bray in Orvieto;
ed un'altra scultura in analogia con quest'ultima è la
statua in marmo di Carlo d'Angiò nel palazzo senatorio
in Roma, per la quale si potrebbe anche proporre il
nome di Arnolfo di Cambio che infatti lavorò per Carlo
d'Angiò. Pertanto il Wickhoff, senza credere che la statua
in bronzo di San Pietro sia proprio della mano di Ar-
nolfo di Cambio, ha però assodato che essa è della sua
maniera: inutile fatica il cercare il nome dell' autore,
essendoci i compagni e gli scolari di Arnolfo troppo
poco conosciuti.

C.
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