Archivio storico dell'arte — 3.1890

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PRIMA ESPOSIZIONE DELLA CITTÀ DI ROMA

centimetri, perciò non passibile della solita accusa, e
che ci è parsa modellata con una sottigliezza da impen-
sierire; oltre all'aver veduto un abbozzo di statua grande
* al naturale, in cui la creta possedeva già mirabile mor-

bidezza di forme, non vogliano lasciare in dimenticanza
i tre busti che il Cifariello ha esposti insieme con la
statua incriminata.

Uno di essi, quantunque non manchi di un certo
pregio, mi par cosa sforzata. Gli altri due sono prove
di attitudini smaniose si, ma gagliardissime. Sono li-
tratti al vero, l'uno di Giovanni Bovio, l'altro d'un signor
Finelli, se non ricordiamo male. 11 primo è notevole per
la vivacità dell'espressione e de la modellatura. Il Cifa-
riello ha spalmato il gesso d'una tinta bruna calda, ab-
bastanza decorativa. Il secondo busto, quantunque spiac-
cia che l'autore lo abbia colorito lieve lieve, non senza
gusto, ma senza serietà a parer nostro, è vivo parlante,
ed ha una certa sua finitezza estrema eppur facile, che
ci fa pensare, mentre ci stanno presenti alla memoria
varii altri lavori dello stesso autore : Ma costui ha ve-
ramente bisogno d'ingannare il pubblico gittando sul
vero ?

Filippo Ciiariello, che è rapidissimo produttore, non
tarderà a rispondere in modo decisivo e, speriamolo, con
sua intera giustificazione.

Degli altri lavori esposti nelle sale della scultura
sono da rammentarsi: un Vanni Fucci, di Mario Ru-
telli, buon nudo maggiore del naturale; una statuetta
di ragazzo, di Salvatore Boemi, e tre delle opere pre-
miate dalla commissione, una di Giuseppe Trabacchi
(premio di 2500 lire del marchese Ferrajoli), una di Ar-
naldo Zocchi (medaglia d'oro), una di Antonio Allegretti
(medaglia d'argento).



•¥■ •

Fra i pittori notiamo per primo un giovane, un no-
vizio : Umberto Veruda. Egli ha esposto cinque tele
d'assai diverso valore, ma tutte degne d'osservazione.
Le tre minori sono ritratti d'uomo, anzi abbozzi di ri-
tratti; in due di essi, quello da la testa appoggiata alla
mano, e meglio ancora, quello alquanto perduto sul
fondo nero, il Veruda si mostra pittore di largo, pronto,
agevole pennello. Si vede subito che egli sta per con-
quistarsi una personalità, un modo di vedere suo, un po'
romantico, un po' lunare diremmo, ma già ragguarde-
vole e promettente grandi cose.

Delle due tele maggiori, la prima, dal titolaccio : Sii
onesta, ha le stesse buone qualità dei ritratti, ma non
giunge ad essere un vero quadro; la seconda invece è
un quadro che non si dimentica.

E intitolato Miserere, e figura infatti il funerale di
una monaca. La tela, abbastanza vasta, ha una lun-
ghezza quasi doppia dell'altezza, e può dirsi tagliata in
due dalla linea rigida della morta. Questa è vestita di
bianco e riposa sopra un cataletto coperto di drappo
rossastro e giallognolo. Siamo in una chiesa, ma la luce

è così fosca e incerta, che appena si discernono i ca-
ratteri del luogo, quantunque l'ambiente risulti sacro
e, più ancora, funebre. Attorno alla bara, più o meno
perdute nella fumosa penombra, stanno le suore che
han terminato di cantar « miserere ». A piedi del ca-
taletto è prostrato un vecchio, forse il padre dell'estinta;
se ne scorge la testa grigia appoggiata con dolorosis-
simo atto delle mani a la bara.

La descrizione di questo quadro è molto difficile ;
pare si distenda su esso un velo cinereo, che toglie cer-
tezza alle forme, le rende quasi tali quali possano ba-
stare a suscitare il sentimento voluto dall'autore, e non
un punto più in là. Non consiglieremmo al Veruda di
insistere su questo genere d'espressione pittorica; ma
nell'esempio attuale non solo comprendiamo l'intendi-
mento dell'artista, anzi ci sembra che esso si manifesti
con pari intensità ed originalità.

Un altro saggio di pittura, per così dire, velata, lo
abbiamo nel quadro di Bartolomeo Bezzi, che è d'effetto
elegantissimo. Rappresenta un paesello a specchio d'un
lago o d'un fiume cheto, mentre si alza la luna rossi-
gna, quasi sfumata nel crepuscolo vaporoso. E da te-
mersi che il Bezzi cominci ad abusare di simili motivi
di paesaggio. Egli ha certamente una personalità sua,
squisita personalità che si affermò fin da quando ap-
parvero le sue tele all'esposizione universale d'arte in
Roma nell'ottantadue. Pure, crediamo sarebbe salutare
per lui lo scostarsi per un momento non già da questo
suo delicato modo di vedere il paesaggio, bensì da tali
motivi di borgo a specchio dell'acqua. Perchè quando
l'artista si ostina troppo entro una cerchia assai limi-
tata, spesso corre pericolo di abbandonarsi a quel che
noi chiamiamo cifra e i francesi dicono routine.

Nel caso medesimo è Rubens Santoro che, con di-
versissimo effetto, ha pure un caseggiato rispecchian-
tesi nell'acqua calma. Il Santoro aveva un paesaggio
similissimo all'esposizione di Torino nell'ottantaquattro;
e in quanto a ciò la sua insistenza è ben altrimenti esa-
gerata di quel che non sia la insistenza mite del Bezzi.
Questi infatti ci dà nel nuovo quadro un'intonazione
biondiccia che non ha nulla di somigliante con la mac-
chia di colore de'suoi quadri precedenti; mentre la
nuova tela del Santoro richiama la scena già da lui
dipinta, e inoltre ne riproduce il giuoco dei toni e dei
colori.

Dopo d'averli accostati per un caso assai particolare,
il Bezzi e il Santoro vanno separati e quasi posti a gli estre-
mi contrarli per le loro facoltà pittoriche. Si sente prima
di tutto una gran differenza, per il clima ove son nati :
quegli è veronese, questi è napolitano, epperò il Bezzi
si palesò tanto fine, quanto il Santoro si mostra gagliardo,
anzi smagliante. Se avessimo ancora come un tempo,
le vere scuole d'arte, poco badando a che l'uno sia pit-
tore e l'altro scultore, noi troveremmo vicinissimi Ru-
bens Santoro e Filippo Cifariello. E non è inutile osser-
vare, per chi desideri penetrare nel segreto delle pre-
dilezioni e delle attitudini artistiche, come questi due
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