Archivio storico dell'arte — 3.1890

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PRIMA ESPOSIZIONE DELLA CITTÀ DI ROMA

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giovani abbiano qualche somiglianza anche nell'aspetto,
ed abbiano di comune la straordinaria vivacità che si
rivela tanto nei moti della loro breve persona e dei
loro bruni occhi, quanto nell'espressione della loro arte,
rigogliosa e snaniante.

Tra gli studii di paese dove primeggia il riflesso
e il riverbero dell'acqua, sono da notarsi un'ottima tela,
finita, del Mascarino, e due o tre, abbozzate, di Fran-
cesco Bevacqua. E questi un giovinetto calabrese che,
dopo avere appreso a maneggiare il pennello in Napoli,
è venuto a far le prime armi in Roma, lavorando sotto
la scorta d'un altro Santoro. Qui il Bevacqua si è ap-
plicato a studiare certi giuochi di luce vespertina, gri-
giastra. del Tevere ; e in una delle sue tele l'aspetto
dello storico fiume è colto con insolita sincerità e fre-
schezza. Questo lavoro è più che una buona speranza.

Abbiamo parlato e seguiteremo a parlare di paesisti,
senza punto pretendere d'avere osservato quadro per
quadro tutti i paesaggi esposti. Invero è questo un
genere di pittura che si coltiva oggi come in nessuna
a'tr'epoca mai, e pare che d'esposizione in esposizione
esso voglia guadagnar terreno.

11 maggior quadro di paese che sia alla mostra è
quello di Filiberto Petiti ; e veramente, volendo escludere
del tutto la figura, sarebbe stato forse utile sceglier
proporzioni alquanto più modeste. La smania dei quadri
grandi, prodotta in gran parte dalla cresciuta impor-
tanza commerciale delle esposizioni, nelle quali è facile
che il quadro piccolo sfugg?,, quando si tratta di sem-
plice paesaggio può esser molto nociva. Avendo in vista
anche solo le considerazioni della pratica, è chiaro che
l'acquisto d'un paesaggio di troppo vaste dimensioni
debba essere rarissimo, salvo il caso delle compre go-
vernative. Ed è curioso udire da un lato i lamenti per
l'angustia delle sale moderne che non permette di gio-
varsi dei dipinti grandi, e dall'altro lato veder l'ostinazio-
ne di molti pittori a svolgere soggetti minimi, o motivi di
solo paesaggio in tele che avrebbero bisogno di pareti
gigantesche.

Il pregevole quadro del Petiti ci presenta una spe-
ciale disuguaglianza: la parte superiore offre un inte-
resse pittoresco tanto più vivo della inferiore, che chi
guarda è condotto a tagliare mentalmente la striscia
più bassa, senza che la composizione ne soffra, anzi, a
parer nostro, migliorandola. Infatti quel pezzo di prato
coperto di foglie secche è troppo monotono di colore,
monotono ed anche un po' crudo, così nei gialli che
predominano, come nei verdi che passano in seconda
linea. Diminuito il primo piano, l'alberata risulta d'in-
solita bellezza, e il fondo in cui primeggia una lieve
tinta violacea, ha un effetto assai delicato. Oltre ai pezzi
dipinti con molta valentia, il quadro del Petiti, a dif-
ferenza di buon numero dei paesaggi, ha un insieme
di sentimento e di colore che sa fissarsi nella memoria.
La fattura è larga e fresca, e solo spiace nella parte
bassa a cui si è accennato ; ricorda un poco quella di
Guido Boggiani, ma rimane abbastanza personale, spe-

cialmente nella finezza e fusione delle tinte trovate fra
la chioma degli alberi, qua pressoché bionde e fulvo e
rossicce-,: là più fredde, tendenti verso il violetto, come
le vediamo in un vespro d'autunno avanzato, del no-
vembre forse, che è il vespero dell'anno.

Il Tiratelii ha un lodevole paesaggio, una scena di
pastorizia nella campagna romana al tramonto. È questo
un quadro già premiato all'esposizione dello scorso anno
in Parigi ; e non crediamo occorra dirne altro, perchè
poco o punto diverso dalle tele precedenti dello stesso
autore.

Mi fermerò piuttosto intorno a tre lavori del Sar-
torio, uno dei quali è pure di paesaggio, studio di Ninfa,
stranissimo luogo in vicinanza d'Astura. E una palude
ingombra d'un enorme rigoglio di male -erbe, fra cui
spuntano alcune rovine. L'effettj d'insieme è plumbeo;
sto per dire, così plumbeo nel colore, come nella pe-
santezza dell'aria e dell'acqua stagnante. E un bel pastello
di fattura semplice, fine e franca; l'intendimento del-
l'autore mi pare che raggiunga un'efficace espressione.

Gli altri due lavori, a olio, di Aristide Sartorio che
ci si presenta come uno dei più eletti artisti dell'espo-
sizione, sono molto diversi dal pastello. Il primo è una
festa pagana, in campagna; il secondo è una scena bi-
zantina, in chiesa. La festa pagana ha pezzi di pittura
mirabile ; bella fra tutte la figura della sacerdotessa
vestita di giallo canarino, e bello anche il fanciullo che
sgambetta suonando a primo piano. Ma il quadro è com-
posto di varii elementi non originali ; di modo che, a
dispetto dei pregi singolarissimi che si trovano nelle
parti, l'insieme non è armonico. Il Sartorio si mostra
sceglitore sapiente, assimilatore felice, ricco d'un patri-
monio d'immagini e di nozioni che lo fanno dipingere
piuttosto con aristocratica delizia, anziché con ischietta
commozione.

Ma questo giovane artista ha pure una facilità ope-
rosa che fa molto sperare di lui, e non è lecito dubitare
che egli non debba raggiungere invidiabili altezze, quando,
sfogato il desiderio di far vibrare un gran numero di
corde, vorrà concentrare le sue forze nella ricerca e nel-
l'espressione d'una verità più sentita, d'una bellezza più
genuina. Intanto nel pastello di cui abbiamo detto non
v'è traccia di reminiscenze, e nel terzo quadro, la scena
bizantina, i richiami sono soltanto di altri lavori del
medesimo autore. Su quest'ultima tela non giova indu-
giarsi, poiché il Sartorio vi tratta un motivo che da
tempo egli svolge con particolare innamoramento. Ba-
sterà dire che questo quadro mostra un progresso nella
fattura e che è molto fine di colore; ma tali lodi non
sono nulla per un' intelligenza cosi ben dotata com' è
quella del nostro giovane pittore romano.



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Nella saletta dov'è esposta la Scena bizantina, vedia-
mo cinque piccole tele di Sebastiano Guzzone. La recente
o immatura morte del Guzzone (nacque trenta o tren-
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