Archivio storico dell'arte — 3.1890

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PRIMA ESPOSIZIONE DELLA CITTÀ DI IlOMA

tadue anni sono in Militello,) avvenuta in Firenze, c'im-
pone l'obbligo d'occuparci con qualche larghezza di
(piesti ultimi frammenti della sua produzione artistica.

La prima tela è uno schizzo dal vero; figura seduta
di vecchio; poche pennellate date alla brava, che non
era il caso d'esporre. Vien poi uno studio di testa di
donna, grande al naturale, veduto in profilo. 11 disegno
ha un poco di durezza; il colorito è assai pastoso e
possiede buon rilievo; la modellatura è molto accurata.
Nella somma è uno studio attento eseguito da una su-
gosa tavolozza, non altro. Vediamo invece il quadretto
accanto: una fanciulla monaca le quale si avanza di fronte
a chi guarda, tenendo in mano un libro di preghiere, e con
un certo atto che pare ella vada mormorando le parole
dianzi lette, attribuendo loro una dolcezza fantasiosa e
ingenua al tempo stesso. E questo uno degli ultimi di-
pinti del Guzzone; anzi non credo egli abbia avuto
tempo di dipinger dopo altro che le due piccole tele di
cui non s'è parlato ancora. La figura de la monacella
in tonaca bruna, spicca sur un fondo biancastro incerto.
11 viso contornato dal soggolo è rotondo, e tondeggianti
sono i grandi occhi dallo sguardo soave e un po' smar-
rito. L'eleganza, che è prerogativa specialissima del pen-
nello di Sebastiano Guzzone, eleganza talora eccessiva
ed esclusiva, così che egli stesso ne diffidava e lavorava
a temprarla di più maschie qualità, in questo quadretto
sobrio, semplicissimo, si rivela con grazia rara. Ma dove
essa mostra tutto il suo valore è nell'abbozzo di quadro,
in piccole dimensioni, che egli fantasticava negli estremi
suoi giorni, quando cercava per le gallerie di Firenze
la via per cui sentiva volersi inoltrare l'arte sua, libe-
ratasi alfine da troppe leziosaggini, da troppe velleità
commerciali. L'ultima tela è la più piccola e fors'anco
la migliore: è una macchia di paesaggio, una strada
di campagna ombreggiata da folti alberi. Il colore è
bellissimo: il sole è reso con forza, trasparente è il fo-
gliame, l'insieme armonico e gradevole assai.

Non intendiamo esagerare l'importanza di questi lavori,
ma crediamo la perdita del Guzzone sia stata grave per
l'arte italiana, non tanto in considerazione di quel che
egli aveva saputo fare, che è poco, quanto pensando al
molto di cui sarebbe stato capace un artista il quale,
nel bollore della giovinezza, ebbe il nobile coraggio di
rinunziare a una pittura leggera, vanerella, in cui era
maestro, per consacrarsi corpo ed anima ai più severi
studi in vista d'un severo ideale. Prima di lasciare
questo' soggetto, ricordiamo il maggior quadro del Guz-
zone, La morte del Petrarca, lavoro ragguardevole, nel
quale per la prima volta si affermò la conversione ar-
tistica del coscienzioso giovane. La morte del Petrarca
figurò tre anni addietro all'esposizione di Venezia.



* •¥•

li Petrarca del Guzzone mi richi ima alla mente i
quadri storici. Nella mostra attuale non ve n'è, se si
eccettuano gli episodii trattati dal Semiradzki e dal-

l'Ussi; solo può dirsi storico il lavoro di Carlo Muc-
cioli, La battaglia di Dogali, quantunque sia la rap-
presentazione d'un fatto modernissimo. Ma il più cu-
rioso è che, se da un lato scarseggia l'elemento storico,
dall'altro lato difetta la pittura della vita contempo-
ranea. P] da lodarsi il Venula che almeno non mostra
d'aver sentito il bisogno dei costumi all'antica; poiché
quasi sempre tutto il sentimento storico si riduce ai
costumi, e questo notasi in particolar maniera nel qua-
dro di Stefano Ussi, l'insigne autore dell'opera ornai ce-
lebre: La cacciata di Gualtiero di lirienne duca
d'Atene.

La nuova tela dell'Ussi rappresenta un episodio,
metà intimo metà cortegiano, della vita di Francesco I
de' Medici duca di Toscana.

Le figure sono più che mezzo il vero. La composi-
zione è questa: Quasi al centro, un po' verso la destra
di chi guarda, siede il duca; dietro a lui, a man dritta,
fiammeggia il camino; un levriere sta accovacciato ai
suoi piedi. Francesco appoggia il braccio sinistro a
una tavola intorno alla quale sedevano alcuni cortigiani
e il suo proprio fratello, il giovane cardinal Ferdinando,
destinato a succedergli nel ducato. Sedevano, abbiam
detto, perchè la scena pensata dall'autore fissa il mo-
mento in cui entrano gli ambasciatori di Roma, pre-
sentati dalla duchessa avventuriera, Bianca Capello; per
ciò tutti gli astanti, meno il duca, si alzano.

L'episodio, come si vede non è punto drammatico ;
ma di questo non penseremmo a movere rimprovero al-
l'artista che ha voluto sceglierlo. Spiace bensi che la
freddezza del soggetto sia accresciuta dalla glacialità
della trattazione. Alquanto gretta, poverissima d'espres-
sione, è la figura di Bianca, che pure offriva al pittore
tanto significato artistico. Comuni, ma comuni fino alla
volgarità, sono il cardinale e il duca; e quantunque
questa nullità di fisonomia sia un po' temperata nei
personaggi secondarli, l'intera scena può dirsi più che
altro una vuota rappresentazione di costumi. I velluti
son morbidi, la seta luccica, l'arredamento della stanza
è dipinto con grandissima cura, e del resto il valore
tecnico non manca in nessuna parte. Sta bene; ma con
tutto ciò noi ci troviamo dinanzi a una scena teatrale,
non ad una scena della vita, e poco importa se debba
esser vita storica o no. Scena teatrale, s'è detto, e si
aggiunga, fredda scena, che non offre neanco un interesse
mei amente da palcoscenico.

Coloro che credono sia questo un mancar di rispetto
verso un decano della pittura italiana, qual è Stefano
Ussi, hanno torto. Ci sarebbe parso di mancargli dav-
vero della dovuta considerazione, se ripensando alla sua
meritata fama, avessimo voluto attenuare la censura
d'un'opera che abbonda soltanto di pregi materiali. Così
forse avremmo fatto, se all'Ussi, oltre questo lavoro,
non rimanesse ben altro nei fasti dell'arte.

Rimpetto al quadro dell'Ussi ne vediamo uno di si-
mili dimensioni, con minor numero di figure, quasi al
vero. È di Natale Attanasio, pittore catanese, e rap-
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