Archivio storico dell'arte — 3.1890

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PRIMA ESPOSIZIONE DELLA CITTÀ DI ROMA

dell'arsa campagna. Anche qui si osserva una certa de-
bolezza nel colore; ma bisogna riconoscere che questo
colore è assai fine e veduto con occhio originale. Ot-
timo il fondo. La tavolozza del Ferri non ha raggiunto
ancora l'intera sua espressione: è però una tavolozza
schiettamente sua, abborrente da gli effetti facili, ricer-
catrice d'intonazioni sobrie e d'armonie finora timide,
ma che già accennano a motivi proprii. E questo è molto,
molto più raro di quel che d'ordinario non si creda.



* *

Scipione Vannutelli ha varii lavori; un ritratto in-
tero al naturale, un bozzetto, un quadro intitolato: Ifu-
nerali di Giulietta.

Quest' ultima tela è trattata in guisa che pare una
tempera. Contribuisce a questo curioso effetto l'esser la
pittura coperta da un vetro, secondo l'uso assai gene-
ralmente adottato in Londra, dove per la natura del-
l'aria spesso nebbiosa, mai scevra di fumo, si sente mag-
gior bisogno di guarentire i colori. Pure, il carattere
di tempera che ci vien presentato dal quadro del Vannu-
telli non è fuggevole, e bisogna concludere che pòsitiva-
mente v'è qualcosa di asciugato nella fattura. La scena
rappresenta, come s'è detto, il convoglio funebre del-
l'eroina che novellieri italiani, musicisti d' Italia e di
Francia, e sovra tutti il meraviglioso drammaturgo in-
glese, hanno immortalato. Il qiadro è accuratissimo, ab-
bastanza ben composto, di fattura non solita. Manca il
sentimento; così che le circostanze che determinano il
soggetto son tutte esterne. Si può dire che il Vannu-
telli ci dà una studiata e ben fatta descrizione, adope-
rando la tavolozza invece del linguaggio, e il tema dram-
matico rimane come pretesto della descrizione, non su-
scita quella commozione piena e immediata che da un
quadro di tal natura si richiede. •

Gli altri due lavori del Vannutelli sono: il ritratto
d'una bella giovinetta, ben disegnato, di colore alquanto
povero e fred lo; e un bozzettino, un gingillo, che, fatte
le debite proporzioni, ci pare il momento più felice del-
l'artista. E un pezzo di campagna, una macchia ver-
dastra, su cui spicca un gruppo di due figure piccine
piccine: una giovine madre che, distesa sull'erba, scherza
col proprio bimbo. Sono poche pennellate di non comune
giustezza; e qui veramente c'è il quadro, ossia una vi-
sione pittoresca, non un faticoso racconto, come s'è detto
dell'opera di Natale Attanasio, non una minuta e ina-
nimata descrizione come dicevamo dei Funerali di Giu-
lietta. C'è bisogno di ripetere che, affermando questo,
non ci lasciamo sfuggire la gran distanza delle pro-
porzioni ?

Alla stessa maniera, osservando le due tele di Pio
Joris, vediamo nella maggiore una rappresentazione
fredda e quasi non artistica di Piazza Navona, e ve-
diamo nella minore un momento pittorico reso con tanta
energia, da dover mettere queste quattro pennellate tra
le migliori cose dell'esposizione. Della pittura del Joris

potrebbe dirsi a un di presso quel che s'è detto di quella
del Vannutelli, accrescendo però e la censura e la lode.
Infatti i Funerali di Giulietta ci pajoao resi con molto
miglior maestria e molto minore insignificanza che la
Piazza Navona, e questo senza nessuna preoccupazione
del soggetto; e dall'altro canto il quadruccio del .Joris,
scenetta di popolane sotto un colonnato al sole, ci sem-
bra dipinto con una forza, un brio di colore che vincono
i pregi del quadruccio di Scipione Vannutelli, come
vincono le qualità di troppe altre tele esposte nelle otto
sale della pittura.



•¥• *

Di queste otto sale nessuna ne abbiamo dimenticata,
ma non oseremmo asserire di aver saputo scegliere tutto
ciò che v'è di notevole. Altre tele, altri pastelli ed altri
acquerelli ricordiamo, anzi fra questi ultimi vogliamo
citarne uno di Carlo Ferrari, assai buon paesaggio, e
due di Attilio Stefanori che promettono bene del giovane
pittore. Ma abbiamo creduto più che inutile, nojoso
per chi legge, intrattenerci su lavori che non emer-
gono per alcun titolo di concetto o di forma. Pure sti-
miamo opportuno terminare parlando brevemente d'un
quadro che è fra quelli i quali seppero attrarre l'atten-
zione dei visitatori, e di alcuni lavori che, recano una
firma femminile e che meriterebbero considerazione quan-
d'anco fossero di mano d'uomo.

Il quadro a cui abbiamo accennato è di Valerico Fac-
cetti, e s'intitola: Christus vicit. All'esposizione dell'ot-
tantadue, in Roma, il Laccetti presentò una vasta tela
di simile tema filosofico: Christus imperai. E chiaro
dunque che l'autore destina la nuova opera a compiere
la concezione espressa nella prima. Pure, il lavoro at-
tuale, diversissimo dal precedente, non ha di comune
con quello che il tipo del soggetto e una specie d'ina-
dattabilità pittorica. Siamo, a quel che pare, nel bo-
schetto d'un convento; da un lato è una sacra imma-
gine, dinanti a cui sta inginocchiata una donna in abito
roseo; dal fondo si avanzano alcune monache; al primo
piano si vede un enorme serpente, che si rizza lungo il
palo d'una staccionata, dardeggiando la lingua. Intorno
al concetto filosofico non crediamo dover discutere; se
il pittore lo avesse - saputo esprimere pittorescamente
noi lo avremmo accettato senz'altro. Ma che cosa ci pre-
senta il Laccetti in sostanza? Se si togliessero le pic-
cole figurine, se si togliesse il gran serpe, non rimar-
rebbe il quadro, tal qual egli lo ha veduto e studiato
dal vero? Chi guarda il paesaggio, che qui è tutto, non
s'accorge che il soggetto vi è applicato sopra e se ne
può spiccare senza nocumento dell' insieme, anzi con
sicuro guadagno? Quel che v'è di meglio in questo la-
voro è lo studio del boschetto. Il colore è in verità al-
quanto crudo e monotono, poiché il pittore ha profuso
una tinta quasi unica di verde tendente al metallico;
ma il disegno è accuratissimo, e vi si scorge non ordi-
nario magistero anche nell'intonazione. Il Laccetti do-
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