Archivio storico dell'arte — 3.1890

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Ih >MENICO GNOLI

cardinal di san Marco, che già in vita dello zio presiedeva ai lavori dell'una e dell'altro, li con-
tinuò dopo la morte di lui, non già come nepote di Paolo II, ma come titolare della basilica; come,
per lo stesso titolo, li proseguirono poi i cardinali Cibo, Grimani e i loro successori. Era ben na-
turale che Marco Barbo adoperasse nella chiesa e nel palazzo di san Marco gli scultori stessi ai
quali aveva allìdato l'opera del magnifico monumento dello zio; ed ecco infatti che ritroviamo qui
uniti Mino da Fiesole e Giovanni Dalmata.

Può essere che quest'opera comune fosse eseguita da' due scultori mentre lavoravano il monu-
mento di Paolo II; ma quella grand'opera dovette tenerli talmente occupati, che tale supposizione
non mi pare facilmente accettabile. Neppure è impossibile che appartenga agli anni successivi fino
all'ultima partenza di Mino da Roma nel 1480 (il cardinal Barbo visse (ino al 1490); ma poiché
in seguito Mino e il Dalmata non si trovano più associati nel lavoro, mi par più probabile che
queste sculture appartengano a una data poco lontana dal ritorno di Mino a Roma, cioè circa al
1474.

Nella parete di fondo della sacrestia di san Marco si trovano murati i bassorilievi che qui pre-
sento, e che più non hanno la primitiva collocazione. Si vedono a pessima luce, poiché l'unica fi-
nestra della sacrestia si apre dietro ad essi, cosicché forse nessuno li ha mai veduti così bene come
in questa riproduzione, tratta da una fotografia che ho dovuto far eseguire, come nelle grotte va-
ticane, a lume di magnesio. Nessun dubbio è possibile sugli autori: il Padre Eterno nell'alto, il
tabernacolo nel mezzo, e la storia con due figure a sinistra appartengono a Mino ; la storia opposta
e i due angeli colle solite pieghe a scogliera, a Giovanni Dalmata. 1

E un destino che nessun lavoro di Mino da Fiesole in Roma, eccetto quelli che 11011 si può
dividerli senza romperli, ci sia rimasto intero. Che cosa sono questi frammenti murati a casaccio
nella parete? Così lo Tschudi come il Bode credono che il tabernacolo di mezzo faccia a sé, e 11011
abbia relazione colle sculture che gli hanno addossato, e che, secondo essi, dovevano appartenere
ad un altare 0 ad 1111 sepolcro. Credo nondimeno che un attento esame debba portarci a conclu-
sione diversa.

Il tabernacolo di mezzo era destinato a conservarvi l'Eucaristia: lo dimostrano gli angeli in
adorazione avanti allo sportello, e lo Spirito Santo nell'alto. Piccoli tabernacoli di stile cosmatesco
destinati a quest'uso, si trovano in alcune vecchie basiliche di Roma; circa il 1452, Donatello scolpiva
il ricco tabernacolo per san Pietro; altri se ne trovano per tutto il Quattrocento; ma nella seconda
metà del secolo essi ebbero uno splendido periodo di pochi anni, nel (piale fu tra le chiese
una gara, specialmente in Toscana e a Roma, a chi lo avesse più ricco e più elegante. Mino da
Fiesole ne fece quasi una sua specialità, ne stabili il tipo, lo condusse al massimo grado di perfe-
zione. 2 L'Eucaristia soleva conservarsi nel sacrarium o sacrestia, dove perciò erano eretti general-
mente questi tabernacoli; ma quando poi s'incominciò a conservare il sacramento in chiesa sudi
un altare, avvenne che spesso si destinassero ad altr'uso. Non deve dunque ingannarci l'iscrizione
di Oleum sanctum, d'età posteriore, che si legge sullo sportello di questo tabernacolo come del-
l'altro di Santa Maria in Trastevere, nel quale pure i simboli dell'Eucaristia sono anche più evi-
denti, essendovi figurato Gesù Cristo che versa il sangue nel calice.

Passando alle sculture che circondano il tabernacolo, abbiamo di sopra la figura del Padre
Eterno, in forma appunto assai simile a quella del tabernacolo per l'Eucaristia di Mino stesso, nella

papa, cioè avanti al 1464. Non è ammissibile però che
la scultura di cui discorriamo sia stata eseguita per
commissione di Pietro Barbo: infatti, egli incominciò
il rinnovamento della chiesa, ma quando fu eletto papa
i lavori erano ancora sul principio, tantoché sotto il
pontificato di lui troviamo pagamenti per le fondazioni
delle cappelle 0 nicchie della chiesa. Non è quindi pos-
sibile che fosse già fatto il tabernacolo per l'Eucaristia
quando s'avevano ancora in parte da gettare le fonda-
menta. [ pilastri corrispondenti alle colonne hanno nei

capitelli lo stemma colla tiara pontificia.

1 Solo la pessima luce, 0 meglio la mancanza di luce,
può spiegare come lo Tschudi, di cui già ho citato il
bello studio su Giovanni Dalmata, non abbia ricono-
sciuto in queste sculture la mano del suo autore. N e
l'ha bensi riconosciuta il Bode nella sua edizione del
Cicero del Burckardt.

2 Alcuni tabernacoli dello stesso tipo si trovano anche
nel secolo successivo: uno per esempio, nella chiesa di
Rocca di Papa, porta la data del 1517.
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