Archivio storico dell'arte — 3.1890

Seite: 280
DOI Heft: 10.11588/diglit.18089.32
DOI Artikel: 10.11588/diglit.18089.35
DOI Seite: 10.11588/diglit.18089#0293
Zitierlink: i
http://digi.ub.uni-heidelberg.de/diglit/archivio_storico_arte1890/0293
Lizenz: Creative Commons - Namensnennung - Weitergabe unter gleichen Bedingungen
facsimile
280 1,0 STANZINO DA BAGNO DEL CARDINAL BIBBIENA

nere e Adone nella collezione Albertina in Vienna (Passavant n. 213), che mi sembra eseguito
sull'incisione di Marcantonio ( Bartsch, XIV, 405), a giudicare dalla particolarità della corona di foglie
sul capo di Adone e dal fogliame accennato sotto la sua gamba destra, che manca nell'originale.
Ma se anche si volesse prescindere da questa analogia, il disegno non potrebbe essere un abbozzo
già per il motivo che esso s'accorda con l'affresco fin ne' suoi più minuti particolari. Della stessa
mano mi sembrano un secondo disegno a matita rossa nella stessa collezione rappresentante Ve-
nere ferHta (Passavant, n. 212) ed un terzo della Nascita di Venere in Monaco (Passavant, n. 274),
che, per gli stessi motivi esposti parlando del primo, si dimostrano copie. Quanto poi al cartone
disegnato a carbone con la testa di Venere e la mano sinistra di Adone, pure nell'Albertina, esso
è bensì di mano di G-iulio Romano, ma, come lo dimostra già la sua grandezza, non servì per gli
affreschi dello stanzino, ma per le loro riproduzioni nella Villa Spada.

Tuttavia anche nel nostro caso, come per tutte le opere posteriori di Raffaello, sarà il più
giusto di tutto ritenere che il maestro fece soltanto gli schizzi e veramente, come molto spesso,
in formato piccolissimo; che poi li chiarì e spiegò a voce agli scolari, dopo di che questi, seguendo
gli schizzi, disegnarono il cartone nella voluta grandezza e su questo, riveduto da Raffaelo, ese-
guirono le pitture. Così anche avviene che l'individualità dello scolaro si manifesta or più or meno
secondo che egli nell'esecuzione è stato abbandonato più o meno a se stesso; e tanto più in questo
stanzino in cui, già per la minore importanza del lavoro, fu lasciata a Giulio maggiore libertà.
Assoluta libertà ebbe egli naturalmente nei particolari della decorazione, fra i quali pongo
anche il rilievo con la testa di satiro, da cui una volta scorreva l'acqua, giacché esso porta così
manifestamente l'impronta della sua mano, che non può esser stato disegnato che da lui.

Di tutte le scene è però da eccettuarsi, come abbiamo già detto, quella della Nascita di Erit-
tonio che, fiacca e dura nella composizione, mostra anche nell'esecuzione un'altra mano. Già il
Forster 1 osservò che non poteva essere nè di Giulio Romano nè di Raffaello. Se noi ne esaminiamo
le forme, vi notiamo i seguenti tratti caratteristici : le figure sono più alte e più svelte, hanno la
testa più piccola e le gambe piegate, e in esse si può distinguere nettamente il giuoco delle
ossa. Minerva, in opposizione alla direzione generale del suo movimento, volge le spalle quasi in-
teramente allo spettatore; gli avambracci tendono a star uniti al corpo, le spalle sono alzate, la
cintura della veste molto alta, le pieghe si alternano ondeggiando a campana. Vi si riconosce su-
bito una stretta analogia con le figure delle arcate V-VII delle Loggie, la cui esecuzione non solo,
ma anche la composizione io ascrivo a Francesco Penni, riservandomi naturalmente di provarlo
in altro luogo. Come egli abbia preso parte alle nostre pitture, non è difficile a spiegare, giacché,
avendo Giulio Romano sostituito Raffaello, il Penni sostituì Giulio Romano in tutte le opere in cui
lavoravano insieme. Qui il Penni ebbe l'incarico di dipingere l'ultima storia, probabilmente quando
lavori più importanti richiedevano la presenza di Giulio, ed anzi gli fu lasciata anche la com-
posizione.

Venendo finalmente a parlare della tecnica di queste pitture, esse mi sembrano dipinte a fresco,
sebbene non mi sia stato possibile di esaminarle più da vicino; perciò non posso nemmeno dire,
se non sieno state ridipinte a tempera.

Lo stanzino da bagno del cardinal Bibbiena è dunque a considerarsi, quanto all'esecuzione,
come lavoro di Giulio Romano, quanto a invenzione come opera di Raffaello. Compiuto nel 1516,
in un tempo in cui il suo committente era il personaggio più importante alla corte di Leone X,
é un eloquente documento del suo carattere mondano congiunto a tendenze letterarie ; è una delle
più antiche creazioni di Raffaello ispirate alle antiche leggende degli dei, fatta come tutte le altre
di questo ciclo per un privato, e mostra già quella fina e giusta concezione dell' eterna bellezza
che si trova nelle cose, per cui le scene destano nello spettatore lo stesso sentimento che nella
lettura delle favole di Ovidio, fanno dimenticare il fuggevole presente.

Hermann Dollmayr.

1 Gesehicte der italien: Malerei, li. 160.
loading ...