Archivio storico dell'arte — 3.1890

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NUOVI DOCUMENTI

Dopo ciò 11011 si può più dubitare del valore e della
competenza tecnica dell'uomo, cui vennero affidate le
sorti di S. Maria della Quercia. Questi ricordi dicon
chiaro, che il Danese, al quale commetteansi lavori di
cotanta mole, e, quel ch'è più notevole, tutte le co-
struzioni di maggior rilievo della sua città, non era ar-
tista di comune levatura; ma un architetto, die avea
lena di concepire e plasmare edifìcii, sorpassanti di gran
lunga la porcata delle ordinarie costruzioni. Sventura-
tamente ci manca oggi ogni elemento certo per istu-
diare il campo della sua genialità artistica; come non
ci è dato precisare quanta parte ei togliesse nelle pro-
gressive correzioni del monumento della Quercia. Certo
che di grandi mutamenti furono introdotti nel primo
organismo architettonico, durante e poi la soprastanza
del Danese, protrattasi, a quel che pare, molto a lungo;
giacche durava ancora dopo il 1500, ed egli si spense
assai carico d'anni tra il 1517 e il 1519. 1 Ne sono
prova; nella facciata, le perplessità intorno al corona-
mento del timpano 2 e il rialzamento della porta mag-
giore; nella nave di mezzo, l'impalcatura a lacunari,
concepita solo verso il 1500; nelle navi minori, le so-
struzioni per celarne i tetti a scheletro, uno de' quali,

<

credere che l'attuale disegno della medesima, tranne la facciata
e qualche altra lieve modificazione introdottavi dipoi, sia nel
complesso quello medesimo allora presentato dal Danese. Aggiun-
giamo queste altre notizie su di lui.

Nell'aprile del 1490, fu dal Consiglio Generale nominato sopra-
stante alle fabbriche del Palazzo dei Priori di Viterbo, del Pa-
lazzo del Podestà diruto e easchato per la chaduta della torre
del Comune (1487); del palazzo nuovo si fa per lo Governatore,

con potestà di comperar case et dar cottimi etc. (Ricordi dei

Priori loc. cit., pag. 97).

Nel settembre 1491, propose ai Priori di costrurre dinnanzi al
palazzo Comunale una ringhiera', da farsi longha quanto traeva
la facciata denante; che saria stata una grand,e magnifica for-
tezza delle mura del deeto palazo, uno spettacelo ad cavar of-
ficiali, ad, prediche etc E perciò, (soggiungono i Priori), col

consiglio de M> Danese, intendente et pratieho, semo rimasti
il'accordo darla in coetimo, ad tuete nostre spese, ad Maestro
Christophano muratore et suo compagno. Volevano bologn. 30
alla canna. Volemmo darli 25. Infine se remesse en mano di
decto M° Danese, ecc. (Ricordi dei Priori ecc., pag. 125).

1 II Protocollo IV del notaio Mazzatosto de Mazzatostis reca
il testamento di lui, in data 28 dicembre 1517. Non presenta alcun
che di notevole. Vuole esser sepolto in S. Sisto. Lascia un le-
gato al nepote Vincenzo, figlio di suo fratello Domenico. Istituisce
sua erede la figlia Rosata. Notiamo soltanto che quel nepote Vin-
cenzo, il quale, in omaggio alla fama dello zio, si fece poi chia-
mare Vincenzo del Danese, riusci anch'esso un eccellente scal-
pellatore. A dì 10 giugno 1514, tolse a cottimo dai Priori del Co-
mune il lavoro di tutti i conci della nuova chiesa di S. Maria
delle Fortezze, della quale s'era posta la prima pietra li 3 no-
vembre 1513. (Protoc. II del sud. notaro, ad annulli). Del resto,
la morte del Danese dev'essere avvenuta entro l'anno 1518. Dap-
poiché, in un istromento del 31 gennaio 1519 si ha che s'era ac-
ceso un gran litigio tra i suoi eredi : cioè tra Rosata filiam et
heredem dirti Magistri Danesii ex una, et magistrum Vincen-
tinm magistri Dominici magistri Cecchi ex altera. (Ivi, ad an-
nulli). Dunque a quel tempo maestro Danese era diggià trapas-
si i.

- Documenti XXV e XXXII.

e precisamente quello a sinistra, serba anch'oggi i pri-
mitivi mensoloni intagliati, e traccie di pitture del se-
colo xv; sotto il beuta, l'avanzamento dell'edicola che
chiude la Quercia e la Tegola miracolosa, posta là come
principale lipsanoteca del santuario: sotto l'arco santo,
le brutte transenne, ora rimosse, che disseparavano il
presbiterio dal coro, aggiuntovi sol dopo che si affidò
la Chiesa ai Domenicani della Congregazione di San
Marco: e così via via delle altre trasformazioni, anche
nella parte decorativa, segnalateci dai documenti.

Ma, forse non tutte le opere del Danese ci sono sco-
nosciute. Una carta del 1487 ce lo presenta promuovere
un arbitraggio super compositione inclaustri... S. M. de
Quercu, contro un tal Maestro Bartolino da Como, che
sappiamo essere un muratore e assai probabilmente fu
il cottimante di quel chiostro.1 Per mala sorte il do-
cumento non ci lascia apprendere dippiù. Nè ci dice
qual parte rappresentasse il Danese in quel litigio. L'es-
sersi però taciuta in quell'atto la sua qualifica pro-
fessionale; quell'appellativo di v'ir spectabilis datogli
dal Notaio, non tanto facile ad esser regalato ai maestri
di arti manuali, e che nei documenti del tempo tro-
viamo dato soltanto al San Gallo; quel trattarsi di di-
vergenza sorta sulla composizione del chiostro, potreb-
bero far credere che il Danese stesse allora nelle funzioni
di qualche cosa più, che un semplice soprastante. Or
bene, ove ci si domandasse, se il futuro architetto della
Cattedrale di S. Lorenzo avrebbe mai potuto esser egli
stesso l'architetto di quel chiostro, noi dovremmo ri-
spondere che sì. Il disegno di questo chiostro fu una
inspirazione tutta Viterbese. Anzi dobbiam dire dippiù.
Fu una completa riproduzione di quest'altro chiostro
marmoreo, che ancor veggiamo a S. Maria di Gradi,
opera della prima metà del secolo xm. V'hanno gli stessi
archetti ogivali posati su colonnine binate; le stesse
modanature di capitelli, di basi, di cornici; le stesse
disposizioni e sporgenze di pilastri; gli stessi trafori tra
gli archi ; persino l'identico disegno de'.la cisterna ele-
vata in mezzo al chiostro. La qual cosa mostra che l'ar-
1 chitettój non volle soltanto appropriarsi un pensiero fu-
gace o il concetto generale di quel chiostro, ma intese
darne a dirittura la riproduzione. Naturalmente, in questo
della Quercia, l'esecuzione riuscì più fine e le membra-
ture son più gentili e accarezzate che non quelle del-
l'altro, improntate del rude ma robusto tocco dei mar-
morari trecentisti. Ma, poiché quel di Gradi non avea
che un solo ordine, e questo della Quercia era da co-
strurre a due, qui venne manco la genialità del ripro-
duttore. Perocché, o non sentisse già più l'ogivale, o
fosse irresistibilmente attratto dal fascino delle nuove
forme, soprappose al prim'ordine quel disarmonico por-
ticato ad arco tondo del secondo ripiano, che darebbe
a credere di esservi stato aggiunto assai dipoi, se do-
cumenti irrefragabili non ne attestassero la simultanea

1 Docum, XIV,
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