Archivio storico dell'arte — 3.1890

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non altro una certa efficacia derivata da una rigorosa osservazione dei suoi modelli. Gli' egli poi
abbia veduto ed imitato nel fare i ritratti il celebre Antonello da Messina è lecito argomentarlo
non solo dalla fermezza colla quale suole modellare le forme del viso, ma anche dalla foggia del
cartellino applicato al parapetto. Analogo esempio ce lo porge un suo ritratto esposto nella Pina-
coteca di Brera (Sala di Raffaello; dove il nome è chiaramente indicato nel cartellino, come lo
sarà stato, staremmo quasi per asserirlo, in quello di casa Borromeo. Porgono pure entrambi un
fondo verde chiaro dietro la figura, che in altri non si riscontra di frequente.

Un pittore ben diverso sicuramente e che al giorno d' oggi ha acquistato credito e simpatia
(non senza buone ragioni) è il veneto Lorenzo Lotto. Due volte vien fatto comparire nella quarta
sala, cioè in una mezza figura di santa Caterina con ambe le mani sul frammento di una ruota,
suo attributo (n. 40), e in una tavoletta a fondo nero, sul quale si distacca l'immagine di N. S. in
croce, mentre a lui dintorno sono sparsi alla rinfusa i vari segni della sofferta passione. Quella
santa Caterina, che senza il simbolo si prenderebbe per un ritratto di giovane donna, non priva
di vanità colla pompa de' suoi capelli sciolti e l'ornata foggia del vestire, in onta al suo sguardo
che accusa uno strabismo sensibile, per nessun conto ci pare da accettare come opera del Lotto.
Non vi si saprebbe riscontrare quel non so che di sciolto e di spiritoso che gli è proprio in simili sog-
getti. Se sia invece opera del curioso pittore eh' è noto coli' appellativo di Bartolomeo Veneto, il
quale si segnò pure « Bartolomeo mezzo cremonese e mezzo veneziano » 1 è tale cosa che si può
congetturare ove si faccia dei confronti con altre opere di lui, segnalateci dal critico sul lodato. È
forse il caso di ripetere che il dubbio potrebbe mutarsi in certezza, quando venisse la volta per
codest'altro dipinto di essere rimesso nello stato primitivo con un buon ristauro.

Nel quadretto del Crocifìsso il Lotto non ci porge a vero dire una figura finamente elaborata,
nè da citarsi come esempio particolarmente caratteristico del suo fare. Al contrario di quanto si
suole osservare nella maggior parte delle sue opere a soggetti religiosi, dove domina una interpre-
tazione di sentimento affatto mondano, qui noi troviamo un concetto intimo e severo che denota
una disposizione dell'animo suo consentanea a quanto vedesi scritto in corsivo sul rovescio della
tavoletta da mano contemporanea, o quasi, coi termini seguenti: questo quadro è fatto di mano
di Messer Lorenzo Lotto, omo molto divoto et per sua devozione il fece la settimana Santa et

fu finito il venerdì Santo air ora della Passione di N. S. Gesù Cristo. Io Zanetlo del C.° o

scritto a ciò si sappia e sia tenuto con quella venerazione che merita essa figura. È da supporre
quindi ch'egli l'abbia eseguito in uno di quei suoi ritiri fra religiosi sia a Venezia, sia nelle Marche,
dei quali ci dànno ragguaglio i particolari biografici che si hanno di lui. Per quanto sarà difficile
il precisare in quali anni della sua vita l'opera sia da porre, l'esecuzione alquanto larga e libera
accenna piuttosto all' età provetta.

Altre due operette che acquisterebbero pregio singolare con un provvido ristauro sono le due
tavole di san Girolamo penitente e una Natività di N. S. che si fanno riscontro; ora poco godibili
anche per la loro infelice collocazione fra le due finestre. Le figure con bel garbo composte vi sono
circondate da paesaggi pittorescamente intesi, fi bel tono morbidamente dorato che vi domina ac-
cenna ad origine bresciana romaninesca, che sembra giustificare l'attribuzione a Calisto da Lodi di
lui discepolo. Se derivano da lui spettano alla sua fresca età, dove apparisce più delicato ed ingenuo
che nelle sue cose posteriori.

In fine lo stesso argomento che abbiamo veduto trattato dal Pinturicchio in un dipinto dove prevale
la misura dell'altezza, lo ritroviamo in uno di opposte dimensioni. Quest'ultimo ci riporta nel più pretto
e rigoroso Quattrocento. Se non è precisamente dello Squarcione, come lo vorrebbe il rammentato
cartello, ben rivela i caratteri di quella scuola con quelle forme scritte e quel fare scultorio che
la distingue. I tipi delle figure in genere propendono più al brutto che al bello, angolosi ne sono
i movimenti, scarne le membra, ma nell'insieme avvi quell'impronta austera ed espressiva che fa
tanto ricercati oggidì simili autori. Notevole poi vi è l'esecuzione dell'ambiente entro il quale si
muove codesta turba di persone, ossia il paesaggio coi suoi infiniti e minuziosi particolari di roccie,

1 Vedi I. Lermolieff, op. cit. p. 366,

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