Archivio storico dell'arte — 3.1890

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ADOLFO VENTURI

mento per dubitare dell'attribuzione, che deve essere stata data assai tardi, forse al tempo Napo-
leonico, poiché prima non fu mai descritto un quadro con quelle figure, come opera del Bianchi.

D'altri quadri attribuiti con poco fondamento a questo pittore, faremo discorso in seguito, e
messo così il lettore in sospetto riguardo ad alcune basi della ricostruzione artistica che la critica
è venuta facendo da breve tempo, studiamo la parte più solida di esse, ed esaminiamo le notizie
biografiche che si hanno di Francesco Bianchi Ferrari.

Il senatore Morelli ritenne che questi fosse ferrarese, e scrisse che in Modena era detto Frarè;
ma Iacopino Lancilotto lo chiamava Mastro Bianco Ferravo, e Tommasino, figlio di quel cronista,
Francesco de Bianco Fra-re] nell'archivio della confraternita della SS. Annunziala, è detto M.°
Francesco de Bianchì oppure M.° Francesco del Bianco Ferraro. Questo dimostra che la parola
Ferraro perdette per sincope la vocale non accettata della prima sillaba, come avviene di frequente
nel dialetto modenese, e si convertì in Frare, ma non in Frarè. Il cognome Ferrari è comunissimo
a Modena ed era quello della famiglia del pittore; poiché l'altro del Bianchi non era che il nome
del padre o di qualche ascendente, aggiunto al nome di famiglia per distinguere tra loro diversi
rami del medesimo casato. E che fosse modenese il pittore, si sa dalla cronaca di Iacopino Lan-
cilotto, ove è detto esplicitamente di Modena.

Benché così sia dimostrato che il Bianchi Ferrari fosse modenese, è vero però che in arte
egli è essenzialmente ferrarese. Noi vediamo in lui un artista cresciuto agli esempi del Tura e
d'altri ferraresi, specialmente di Ercole Roberti; ma non è vano determinare la sua patria, perchè
noi possiamo spiegare come nel 1510, quando gli altri artisti di Ferrara dimostravano una rigo-
gliosa pienezza di forme, egli si dimostrasse uno scolaro del Tura in ritardo. Il movimento dell'arte
nei piccoli centri accade sempre più lentamente, e mentre nelle grandi città l'arte si riveste e si
trasforma, nelle città secondarie conserva, anche vecchia, le prese abitudini. Bianchi Ferrari, che
ci compare innanzi per la prima volta nel 1481, nell'ultima opera della sua mano, del 1510,
mantiene ancora l'antica rigidità di forme.

L'Annunciazione della R. Galleria Estense ne dà una prova. Fu commesso il dipinto nel 1506
a Francesco Bianchi, dai confratelli della Santissima Annunziata; ed il pittore vi lavorò intorno
sino al 1510, data della sua morte. Ma la tavola essendo rimasta incompiuta, venne portata a
Gian Antonio Scaccieri o Scazeri o Scazzerare, detto il Frate, il quale promise di lavorarla da
homo da bene secundo era staio promesso per mastro Francesco. Innanzi ad un arco finamente
ornato sta un angiolo con un giglio in mano, in atto di pregare in ginocchio innanzi alla Vergine
inginocchiata e con le braccia conserte al seno. Lo Spirito Santo, in forma di colomba, scende su
di lui, e fra i suoi raggi sur un nimbo d'oro sta il bambino Gesù. In alto Dio Padre, in mezzo ad
una gloria d'angioli, col globo in mano. Sul fabbricato vedonsi, in due lunette, figurate a chiaro-
scuro, la scena del Diluvio universale, e l'esercito di Faraone inghiottito dalle onde. Fra l'arco e
il cornicione stanno quattro scudetti rappresentanti la Creazione della Donna, Adamo ed Eva presso
l'albero del bene e del male, gli stessi scacciati dal Paradiso terrestre, Caino che uccide Abele.
Nel fregio del cornicione tritoni, nereidi, sirene e Nettuno; e al disopra di esso un adornamento
a forma di balaustra in legno. Nel fondo, dietro all'arco, una casa nello stile del Rinascimento
finamente disegnata, innanzi alla quale è rappresentato l'incontro di santa Elisabetta e di san-
t'Anna; poscia un edificio in rovina, e dietro una catena di colli giallognoli e alcuni massi a
mo' di scogliera, limitati da altri più elevati di colore azzurrino con fratture simili a quelle che
avvengono in pietre dure, i quali ricordano per la forma il monte Ciinone e la pietra di Bismantova.

I documenti ci avvertono che questa non fu opera della sola mano di Bianchi Ferrari: quale
parte spetta perciò a lui, e quale allo Scaccieri? È difficile determinare fin dove si spingesse la
sua mano. Certamente sono di lui gli ornati che circondano gli scompartimenti con figure, nella
piccola chiesa di San Lazzaro presso Modena ; e quindi converrebbe ammettere che lo Scaccieri
eseguisse la parte decorativa del dipinto. A guardare anche i monocromati del cornicione dell'arco
e i quattro scudetti suindicati, si conosce un disegnatore alquanto diverso da quello che eseguì
le pitture principali, nelle teste grosse e quadre, con ampie fronti, delle figure. Sapendosi poi che
lo Scaccieri era specialmente dedicato a pitture di targhe e di rotelle, non è ardito supporre che
a lui si debba la finissima ed elegante architettura, gli ornamenti delicati delle cornici, e alcuni
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