Archivio storico dell'arte — 3.1890

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LA PITTURA MODENESE NEL SECOLO XV

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orme dei Dossi, giovani ancora, quand'egli, già vecchio, cadde sotto i pugnali de'nemici del figlio;
e vane furono quindi le discussioni che dette origine il quadro dal Lanzi al Rosini, ai commen-
tatori del Vasari e al Minghetti. Chi lo volle dipinto prima dell'andata di Pellegrino a Roma e
chi dopo; chi vi trovò reminiscenze raffaellesche e chi no. Solo il Minghetti mise in dubbio che
il quadro fosse dipinto da Pellegrino, ma per ascriverlo con vera stravaganza a quel rigido e ossuto
quattrocentista di Francesco Bianchi Ferrari, e senza chiedersi per qual tramite provenissero al
dipinto alcune qualità della scuola di Raffaello, riconosciute in esso da un critico che dedicò la
vita allo studio dell'Urbinate, dal celebre Passavant.

Oltre la Nativìlà della Galleria Estense, si mostra, come opera di Pellegrino, a Cento, nella
quadreria municipale, un altro quadro; così a Parigi, nella collezione che il Duca d'Aumale ha
donato all'Istituto di Francia, si indica col nome di Pellegrino una copia con varianti della pala
d'altare dipinta da Fra Bartolomeo della Porta per Ferry Carondelet, ora nella cattedrale di Be-
sangon. Come si vede quelle attribuzioni in parte non riposano su notizie storiche o documenti
irrefragabili; nò l'altre possono essere state suggerite da riscontri di stile, perchè nulla di sicuro,
d'incontrastato rimane finora che ricordi il principe de' pittori modenesi.

La buona sorte favorì le nostre ricerche; e qui possiamo con ferma convinzione indicare,
come opera di Pellegrino Munari, un quadro ascritto a uno dei più grandi maestri ferraresi, a
Lorenzo Costa.

Si trova a Ferrara, nella Pinacoteca Comunale. La Madonna siede in un magnifico trono, e
tiene il Bambino ritto nelle sue ginocchia. Due angeli seduti in alto sul trono suonano strumenti
musicali; e nel piano, a destra vedesi la figura seminuda e in una posa elegante di san Girolamo,
a sinistra quella di un vescovo apparato di un piviale damascato e in atto di reggere la città
protetta. Sotto ai piedi della Vergine si stende un tappeto tessuto d'oro: e sullo schienale del trono
sta in un tondo la figura di Mosè a monocromato. Nella base del trono stesso vedesi in un cir-
coletto la Natività, e da una parte e dall'altra di questa l'esercito di Faraone sommerso dai flutti
e gli Israeliti nel deserto intorno alle scaturigini con anfore, (tav. 7).

Il santo Vescovo fu indicato ne' varii cataloghi della Pinacoteca ferrarese prima come un
san Zenone, poi come un sant'Emidio, infine per un san Petronio. A poco a poco tutti i nomi di
santi Vescovi sarebbero forse stati pubblicati nelle nuove edizioni del catalogo, e chi sa che un
giorno o l'altro si fosse arrivati a coglier nel segno, pescando nel calendario per quel vescovo
bianco per antico pelo, che sostiene la svelta Ghirlandina, il nome di san Geminiano. È proprio
lui il protettore di Modena, è proprio la torre modenese quella che si eleva bianca sulle case, con
le sue balaustrate a ghirlanda!

Ma donde provenne il quadro? Il catalogo indica Verona, come luogo di provenienza ; ma in-
segnano purtroppo assai poco i cataloghi delle gallerie italiane. Fu quel quadro venduto nel 1840
da Antonio Zen, nobile veneziano ridotto a far l'antiquario, e che era, a quanto ci scrive, un co-
noscente di lui, sempre in viaggio con dipinti, a Parigi, a Londra, a Vienna, a Milano, a To-
rino. Difficile è perciò constatare la provenienza, tanto più che l'antiquario aveva forse molte ra-
gioni per occultarla. Da Verona certo non provenne, che niuno storiografo veronese citò l'ancona
mirabile, come esistente sugli altari della città di San Zenone.

Che provenisse da Modena? Ricordiamo che il P. Lazzarelli, monaco cassinese, nel suo ms.
inedito sulle pitture delle chiese di Modena, e che il Pagani nella sua descrizione a stampa delle
chiese stesse, 1 indicarono il quadro, come esistente in mezzo al coro della chiesa della Madonna
della Neve. Entrambi descrivono la Vergine, come sedente su antico maestoso trono, col divin
Figlio in piedi sulle sue ginocchia, gli angioli intorno, san Geminiano e san Girolamo nel piano. Ri-
cordiamo che Tomasino Lancilotto, cronista contemporaneo al Munari, parlò del quadro, quando
nel 1508 fu posto sull'altare della Confraternita dei Battuti, e del suo costo di quaranta ducati e
della magnifica cornice fattane da Bartolomeo Bonascia.2

1 G. Filiberto Pagani, Le Pitture e sculture di Ma- 2 'I'. Lancilotto, Cronaca. Sotto la data delli 4

<iena indicate e descritte. Modena, 1770, p. 44. agosto 1509: « Fu portato la tavola dipinta in 1'ospe-
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