Archivio storico dell'arte — 4.1891

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P. L. CALORE

prima, e, dopo la guerra delle investiture, da quelle ecclesiastiche; delle confische e dei danni
d'ogni specie, patiti per causa dei feudatari circostanti; dei mezzi adoperati per ricuperare ed
estendere i propri beni; delle rovine subite in vari tempi dall'edifizio di cui ci occupiamo; delle
ricostruzioni, degli ampliamenti e adornamenti; di tutto ciò insomma che si riferisce ai monaci
ed al monumento dall'epoca della sua fondazione fino a quella del più grande splendore, cioè fin
verso la fine del secolo xii; questa storia ci è minutamente raccontata nel Chronicon Casau-
riense, il quale, conservato ora nella Biblioteca Nazionale di Parigi, fu composto, dietro la
scorta di tutti i documenti che vi son pure raccolti e ordinati, dal monaco Berardo, e scritto di
mano di un maestro Rustico, viventi ambedue sulla fine del xn secolo.1

monti. Lasciando questa questione, il nome di Casauria,
dato al luogo dove sorse l'abbazia di San Clemente,
forse in tempi non molto lontani, ma certo prima del
ix secolo (e si trova appunto nella carta, trascritta nel
Chronicon Casauriense di cui parleremo, contenente l'atto
d' acquisto da parte di Lodovico II di quella terra ; cfr.
Muratori, Rerum italic. script. II, parte II, 932), mi fa
supporre che sia appunto derivato dalla denominazione
di Casa aurea con cui potrebbero essere stati in seguito
chiamati il tempio ed il ponderar lum di cui abbiamo
parlato. Così Casamari (Casa Marii) era detto il sito ove
sorse la celebre abbazia dello stesso nome; e sappiamo
che le grandi abbazie furono piantate là dove prima
sorgevano i templi delle divinità maggiormente venerate :
così toglievasi ogni resto di paganesimo, così i cristiani
avevano pure il vantaggio di poter usare degli antichi
materiali (Cfr. anche Gr. F. Gamurrini, Notizie clegli
scavi, 1888, p. 292, intorno ai resti d'iscrizioni e dell'an-
tico tempio in opera quadrata di travertino, nell' abbazia
di Farfa; così nelle stesse Notizie, anno 1887, p. 467, ed
anno 1889, pp. 28, 234, 392, veniamo a conoscenza di
scoperte che indicano come 1' abbazia del Gran San Ber-
nardo sia stata costrutta là dove prima sorgeva il tempio
di Giove Pennino, nel luogo denominato appunto Pian
de Jupiter).

1 11 codice membranaceo si trova nella Biblioteca
Nazionale di Parigi, Fonds latins, 5411; misura m. 0.405
per 0.26, e consta di un foglio A preliminare e di fo-
gli 472, tutti ripieni d'una scrittura gotica di transi-
zione dal romanzo, assai larga, semplice e chiara. Grli
instrument «relativi alle investiture ed ai privilegi con-
cessi agli abbati dagli imperatori, dai papi e dai re
normanni, incominciano con maiuscole lunghe e strette
rassomiglianti a quelle carolingie, e terminano per lo
più colla copia del sigillo di chi faceva la concessione:
essi son riprodotti per intero, occupando la maggior
parte di ciascuna pagina, mentre a fianco, in uno dei
margini, è scritta la cronaca composta dal monaco
Berardo. Spesso s'incontrano in margine i ritratti in
figura intiera degli abbati che si succedettero nel pe-
riodo di più di tre secoli, dall'abbate Romano fino
a Leonate, e, sopra a parecchi istrumenti le imagini
o d'un imperatore, o di un papa, o di un re, i quali,
sempre seduti sul solito trono bizantino formato da

uno scanno con sopra un cuscino e con ai piedi uno
sgabello, ascoltano le suppliche degli abbati (i quali
son seguiti molte volte da alcuni monaci), o stanno per
dar loro il rotolo contenente l'atto della concessione ac-
cordata. Nessuna di queste figure è rappresentata in
profilo, e ciò forse perchè il monaco Rustico volle in-
gegnarsi a dare i ritratti dei personaggi; e difatti, ove
bene si guardi, ciascuna fisonomia mostra caratteristi-
che proprie e tutte diverse fra loro, sebbene il segno
resti sempre convenzionale. Gli occhi sono sbarrati e
due punti più o meno grossi vi fan 1' ufficio di pupille.
L'individualità di ciascuna figura è espressa soltanto
per l'ovale più o meno lungo del volto, più o meno
scarno; per la bocca più o meno corta e inclinata; per
1' acconciatura dei capelli, dei baffi e della barba. Le
forme sono trattate con una ingenuità quasi puerile,
con movimenti impacciati, e vi predomina il tozzo: le
pieghe delle vesti, segnate con semplici linee più o
meno grosse e rotondeggianti, sono condotte così da for-
mare cartocci simmetrici, o simmetricamente disposti.
Grli imperatori, i papi, i re, hanno, come di solito nel
medio evo per indicare 1' autorità, una statura maggiore
delle altre figure. Si trova qua e là, ma raramente,
qualche iniziale di quel tipo allungato detto filigranato
o con fregi interni e ornati lineari esterni molto pro-
lungati e arricciantisi alle estremità con qualche fiore,
con qualche testa d'animale, con qualche serpente; op-
pure ad intrecci di fogliami e d' animali, quali già erano
in uso anche nel secolo xi. Nel foglio 129 v trovasi un
disegno che mostra, ma molto grossolanamente, il pro-
spetto della chiesa, del campanile e del monastero di
San Clemente, e di esso dovremo occuparci anche in
seguito. Tutte le accennate illustrazioni non possono
dirsi propriamente miniature, ma disegni calligrafici ad
inchiostro nero, rosso, giallo. Nelle iniziali sono pure
adoperati il celeste ed il verde. Frate Rustico non era
un vero e proprio miniatore, ma soltanto un calligrafo,
e il disegno delle figure è impacciato ed ingenuo più
che nelle miniature di altri codici della stessa epoca,
quantunque ne mostri, anche nella sua rozzezza, il ca-
rattere. Le figure sembrano imitate da quelle pur goffe e,
in generale, alquanto rozze, scolpite nella basilica di
San Clemente, le quali perdono al confronto con quelle,
eseguite nel medesimo tempo, di alcune chiese del set-
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