Archivio storico dell'arte — 4.1891

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RECENSIONI E CENNI BIBLIOGRAFICI

storici anteriori alla rovina e dal Fransoy e dal Soudou,
posteriori, ridotta a pochi frammenti che si conservano
nel museo Calvet d'Avignone, noi non saremmo oggi in
grado di farci un'idea del fastoso complesso di sculture
che la componevano; se l'attività indagatrice, onde il
signor Miintz è spronato nei suoi studi, non fosse stata
sì felice da trovare nella biblioteca Barberini un disegno
del xvii secolo, che riproduce il monumento. E un'ar-
cata gotica altissima, entro la quale, l'una sovrapposta
orizzontalmente all'altra, sono incastrate sette zone di
sculture. La più famosa, rimasta per fortuna, benché
mancante di quasi tutto il braccio sinistro e mutilata
nella mandibola inferiore e nelle dita della mano destra,
è quella che nel monumento era collocata più in basso,
e che offre l'aspetto orribile d'un morto spellato e di-
sfatto sì che poco gli resta per esser detto uno sche-
letro. Questa figura è stata sempre chiamata le fransi
nel senso di trapassato, dal latino transire; e se può
credersi che alla sua grande notorietà contribuisse lo
sgomento e il ribrezzo che no traspira, dee pur dirsi
che come riproduzione realistica è cosa perfetta. La
meraviglia che si prova contemplandola s'accresce pen-
sando eh' è opera d'uno scultore, il quale operava al
principio del secolo xv. Quasi non v' è più traccia d'ar-
caismo : la conoscenza delle proporzioni e della struttura
umana è matura. Lo stile stesso delle pieghe, che in-
volgono una coscia del morto, potrebb'essere d'uno scul-
tore nato più di cent'anni più tardi. Ma l'artista ci è
rimasto ignoto. Il signor Muntz, vedendo tanto realismo
e tanta foga, congettura che l'opera sia della scuola di
Dijon e forse del suo capo Claux Sluter, il quale morì
due anni dopo il cardinale Lagrange.

Lo studio del signor Muntz è accompagnato dalle
fotoincisioni del disegno trovato nella biblioteca Barbe-
rini e delle sculture avanzate e raccolte nel Museo Calvet;
le quali non hanno più che il valore delle comuni scul-
ture francesi di quel tempo, lontane dall'ardimento e
dalla scienza dimostrata dall'autore del fransi.

G. Cantalamessa.

Lucio Mariani — La cavalcata dell'Assunta in Fermo.

Questo lavoro è stato pubblicato per cura della R. So-
cietà romana di storia patria nel fascicolo quinto del
Corso pratico di metodologia della storia, e benché sia
fatto con grande acume e diligenza, questa rivista non
può occuparsi di ciò che in esso è più sostanziale, perchè
non ha diretta connessione cogli studi della storia del-
l'arte. Ma v' è una parte secondaria che giova racco-
gliere, e che sarà un utile frammento da amalgamare
nella storia della miniatura italiana, alla quale le con-
tribuzioni recenti del Milanesi e del Piscicelli-Taeggi non
tolgono ch'essa sia ancora nel campo dei desideri, come
scrive lo stesso Mariani. Il quale ragiona di un messale
miniato per ordinazione del vescovo De Firmonibus, pos-

seduto dal Capitolo della cattedrale di Fermo, ternii-
nante con una nota ov'è la data 1436 e il nome del
miniatore: Giovanni di maestro Ugolino da Milano. Op-
portuna illustrazione al ragionamento è una riproduzione
fototipica di una pagina del messale, rappresentante la
cavalcata che solca farsi per la festa dell'Assunta, mentre
muove verso la cattedrale fermana, rappresentata nel
suo lato posteriore ; al disopra, entro un tondo formato
dal girar di steli e di foglie variopinte, è una Madonna
col putto ; dall'altra parte, in simmetria, un pavone che
fa la ruota.

Arista la data del messale, ogni studioso comprende
subito che qui non si tratta di Giovanni da Milano, no-
tissimo discepolo di Taddeo Gaddi, ma di un artista il
cui nome arriva ignoto nel campo dell'erudizione. Chi
volesse giudicare dell'abilità di lui dalla fototipia offer-
taci dal Mariani, pur riflettendo all'inevitabile disper-
sione di molte grazie ingenue dello stile nel trapassar
dell'originale ridente e vivace alla riproduzione fosca e
smorta, dovrebbe dirla troppo manchevole e puerile per
disegno, rispetto al tempo in cui l'artista operava ; ma
certo la pagina, che il Mariani per necessità del suo as-
sunto ha preferito riprodurre, non è la più bella, e ciò
apprendiamo da lui stesso, che descrive con ammirazione
due grandi miniature paginali, rappresentante l'una una
Madonna in piedi sotto un ricco tempio gotico, l'altra
la Crocifissione. Ad ogni modo il Mariani crede Giovanni
da Milano più bizzarro e vario che fine e sapiente, in-
feriore indubbiamente ai miniatori di altre città d'Italia,
specialmente di Firenze.

G. C.

Enrico Ridolfi — Giovanna Tornabuoni e Ginevra dei
Benci nel coro di Santa Maria Novella in Firenze. —

Firenze 1890.

Il lavoro del Ridolfi è un modesto, ma prezioso con-
tributo alla storia dell'arte, riguardante una delle più
grandiose e splendide opere di pittura eseguite intorno
alla fine del secolo xv, agli affreschi cioè di Domenico
Ghirlandaio nel coro di Santa Maria Novella a Firenze.

L'opera insigne, incominciata nel maggio del 1486,
era già finita nel 1490,«poco dopo, forse, del termine
prescritto, ch'era appunto il maggio di detto anno. Certo
insieme col grande maestro hanno lavorato il fratello
David ed il cognato Sebastiano Mainardi da San Gimi-
gnano ; ma l'opera fu tutta da lui concepita, e, sebbene
compiuta in sì breve termine di tempo, l'elevatezza dello
stile, la nobiltà e chiarezza delle composizioni e la fi-
nezza di esecuzione vi sono dovunque mirabili e tali
che farebbero quasi credere al miracolo ove non si sa-
pesse anche per altre prove e testimonianze che il Ghir-
landaio colla stessa facilità colla quale eseguiva invagi-
nava e creava le sue composizioni, e che nel tempo
stesso in cui era occupato a Santa Maria Novella po-
teva pur compiere altre opere d'importanza non lieve.
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