Archivio storico dell'arte — 4.1891

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ESPOSIZIONI DI BELLE ARTI IN ROMA

Quest' anno abbiamo avuto contemporaneamente e
nello stesso palazzo di Belle Arti, a via Nazionale, tre
esposizioni. Se giovi o rechi nocumento questo scindere
in vari gruppi il saggio annuale della nostra produzione
artistica, non sapremmo dire; anzi, quantunque di primo
lancio l'idea di avere un'unica esposizione ragguarde-
vole anziché tre assai piccole ci seduca, in sostanza
crediamo non si tratti se non d'una questione affatto
formale. Non è improbabile che la gara possibilmente
sorta o da sorgere fra le diverse Società promotrici
delle tre mostre infonda qualche movimento. Del resto,
potendo riunir tutto in un solo edifizio, ci pare non si
debba pensare ad altro che a mantenere modeste le re-
lative tasse d'ingresso, e, con qualche vantaggio, ogni
guasto sarà evitato.

Bisognerebbe però vedere se, anche considerate nel
loro insieme, le tre esposizioncine offrano un criterio
dignitoso dello stato attuale delle arti figurative in Ita-
lia. L'osservazione che prima ci si presenta è questa:
grandissima povertà di scultura. Infatti, mentre una
delle mostre, quella degli Acquerellisti, esclude, per la
sua stessa natura, la plastica, le altre non possono in
alcun modo compensarcene. L'esposizione maggiore, che
s'intitola degli Amatori e Cultori di belle arti, ha pochi
e piccini lavori, piccini e pochissimi ne ha la minore
delle due, che porta il nome di In arte libertas. Forse
non si è avuta mai tanta scarsezza come in quest'anno.
E da notarsi che nessuno degli scultori i quali si sono
acquistata una certa fama hanno esposto lavori, se si
eccettuano Filippo Giulianotti, che ha una testina, e
Lio Gangeri, il vincitore del concorso per il monumento
a Marco Minghetti in Roma, che ha due busti di gesso,
i ritratti del Pacheco, presidente della Repubblica Bo-
liviana, e della sua signora. Se vogliamo essere otti-
misti, dobbiamo supporre che gli scultori di qualche
nome, in questo momento, sono tutti occupati in lavori
di commissione, per cui non hanno agio di attendere
a quelle opere che più facilmente si espongono, le opere
cioè di mole non troppo grande. Poiché è da notarsi
che le esposizioni si offrono specialmente per le sculture
piccole e per le pitture grandi. E questo sanno i gio-

vani pittori, i quali da poco tempo in qua hanno la
smania delle tele enormi, poco curandosi della scarsa
probabilità d'acquisti che si presenta loro, adesso che
le sale vaste nei palazzi moderni si contano sulle dita.

I lavoretti di plastica che si trovano all'esposizione
degli Amatori e Cultori e che meritano d'essere men-
zionati, si riducono a questi, oltre i due busti già detti:
Testina, Aspirazione, bronzi di Giacomo Merculiano; Il
bacio dei campi, Figurina, Un Abissino che studia, buoni
gruppetti di Carlo Fontana; Mater dolorosa, bassorilievo
di Gaetano Ronca; Dammela, gruppetto di Salvatore
Buemi; Ritratto, di Adelaide Marami; Ritratto, di Fi-
lippo Giulianotti; Il riposo del modello, del Marinas y
Garcia, pensionata dall'Accademia spagnuola. Poca e
povera roba insomma.

L1 In arte libertas è un'esposizione assai speciale;
ha un carattere spiccatamente esotico, o meglio inglese,
e ostenta una certa ingenuità di fattura, una tendenza
minuziosa, quasi diremmo acuta. I promotori di questa
Associazione artistica hanno, a dir vero, piuttosto belle
teorie che pratica efficace. Infatti, come spiegarsi la
loro predilezione per una pittura di particolarissima
fisonomia, il loro entusiasmo alquanto tardivo per il
preraffaellismo, il loro aborrimento per tutto ciò che
splende, quasi che tavolozza animosa e tavolozza pette-
gola fossero la stessa cosa ; come spiegare, dicevamo,
tanta sistemazione di simpatie e d'antipatie in un gruppo
d'artisti che si presenta col motto: In arte libertas, e
mostra di non voler soffrire il contatto di chi non ap-
partiene alla loro scuola ?

Ed è inutile negare che non vi sia scuola. Sappiamo
essere oggi quasi impossibile il formare i nuclei, di-
remmo, le famiglie artistiche, quali si avevano in altri
tempi; ma, nei limiti che l'epoca nostra comporta, una
scuola qui c'è, ossia un insieme di aspirazioni, d'inten-
dimenti e financo di precetti. Se così non fosse, come
mai in un'esposizione odierna, anzi annuale, vedremmo
lavori di venti e cinquant'anni addietro, taluni non ita-
liani, e questi in numero relativamente grande?

A ogni modo, noi che veramente professiamo il prin-
cipio della «libertà nell'arte», non solo ci guardiamo
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