Archivio storico dell'arte — 4.1891

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MARCEL REYMOND

con una lucente corazza; sul primo piano un piccolo angelo porta il triregno, e nel cielo si vede

10 Spirito Santo in forma di colomba e degli angeli svolazzanti. Nel quadro di destra, in mezzo
a due santi, san Nereo e sant'Achilleo in pesanti vestimenta di colori poco vivi, una santa in
raso bianco e in alto degli angeli. I quadri sono nerissimi. Senza dubbio si sono scuriti col tempo,
ma è sicuro clie sono stati eseguiti in una intonazione molto scura. La fattura è pesante, le
figure senza carattere e l'abito di santa Domitilla in raso bianco non fa prevedere le meraviglie
di colorito che Rubens ha prodotto in seguito.

Questi quadri sono dipinti sulla lavagna. Essi hanno un'altezza di ni. 4.20 ed una larghezza
di m. 2.55. Queste dimensioni non permettevano d'impiegare una pietra d'un solo blocco. Ogni
quadro è composto di dodici pietre disposte due a due in sei file di m. 0.70 di altezza.

I tre quadri che vediamo oggi alla Chiesa Nuova non sono le prime opere fatte da Rubens
per questa chiesa. Dapprima Rubens ricevette l'ordinazione d'un solo quadro, destinato ad essere
posto sull'altare ; i quadri attuali furono fatti per rimpiazzare questo primo quadro di Rubens,
che non fu mantenuto sull'altare, perchè la luce non era favorevole.

Noi conosciamo tutti i dettagli di questa storia dalle lettere pubblicate dal signor Baschet
(Gazette des Beaux Aris, 1866).

Rubens ricevette nel 1606 l'ordinazione di un quadro per la Chiesa Nuova, ordinazione
importante e gloriosa. La Chiesa Nuova era la chiesa alla moda, quella dove lavoravano i più
grandi artisti di Roma; il Caravaggio aveva fatto per quella il Seppellimento di Gesù Cristo,
suo capolavoro, oggi al Vaticano; il Barocci, il più celebre maestro del giorno, vi aveva dipinto
una Presentazione della Vergine, che è ancora al suo posto. Rubens fece dunque la sua opera
con tutto lo zelo e tutta la cura di cui era capace. Le lettere ci dicono tutta l'importanza che
egli vi annetteva. Il 6 ottobre 1606 Rubens scrisse al suo protettore, il duca di Gonzaga, per
ottenere l'autorizzazione di prolungare il suo soggiorno in Roma:

« L'occasione la più bella e la più magnifica che si possa incontrare in Roma si era dunque
presentata; io misi tutto il mio zelo ed il mio onore per mettermi in mostra. Si tratta del grande
altare della Chiesa Nuova dei preti dell'Oratorio di Santa Maria in Vallicella, oggi la più celebre
e la più frequentata in Roma, per essere situata nel centro stesso della città, e decorata mediante

11 concorso di tutti i più valenti pittori dell'Italia. Anche prima che l'opera di cui vi parlo
fosse stata cominciata, dei personaggi d'una qualità così grande vi si sono interessati che io non
poteva abbandonare senza detrimento del mio onore un'impresa di cui io ho ottenuto la com-
missione a gara e contro tutte le pretensioni dei primi artisti di Roma ».

In una lettera ulteriore Rubens parla della cura che pose nell'esecuzione di quest'opera:
« Tavola che senza dubbio di gran longa è riuscita la meglior opera chio facessi mai, ne sono
facilmente per risolvermi di fare un altra volta tal sforzo d'ogni mio studio e volendolo fare
forse non riuscirebbe così felicemente » ; e poche righe appresso il Rubens descrive egli stesso il
suo lavoro: « bellissimo per in numero, grandezza e varieta di figure de vecchi, giovani e donne
ricamente abbigliate ».

II quadro ebbe un gran successo, ma, ohimè ! il posto era sfavorevole. Il fondo del coro
della Chiesa Nuova è illuminato da due finestre laterali e le luci si contrastano in maniera che
impedivano assolutamente di vedere il quadro. Bisognò levare il quadro e pensare ad un'altra
decorazione. Rubens ci ha raccontato lui stesso tutte le sue peripezie.

« Sapia dùnque V. S. I. che mio quadro per l'Aitar maggiore della Chiesa nuova, essendo
riuscito buonissimo, i con summa soddisfattione di quelli Padri i (ciò che rare volte accade) di
tutti gli altri chel videro prima. Ila pero sofferito cosi sciagurata luce sopra quel Altare, che a
pena si ponno discernere le figure non che godere l'esquisitezza del colorito e delicatezza delle
teste e panni cavati con gran studio del naturale, i secondo il giudizio d'ognuno ottimamente
riusciti. Di maniera chio vedendo buttato quel buono che ce, ne potendo conseguire 1' honore
dovuto alle mie fatiche senza che siano vedute, penso di non scoprirlo più, ma di levarlo di li
i cercare qualche meglior luce ». (Lettera del 2 febbraio 1608).

Rubens levò dunque la sua opera e ne fece una nuova cercando di vincere le difficoltà prò-
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