Archivio storico dell'arte — 4.1891

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GUSTAVO FRIZZONI

relli.1 È la tavola dell' Annunciazione nella Galleria Reale di Dresda, che recava l'iscrizione
falsificata: Andreas Mantegna Patavinus fecit. An. 1450. Per essa si verificò a maraviglia la nota
sentenza popolare, che chi guarda cartelo non magna vidèlo, dappoiché sotto l'azione di una sem-
plice pulitura lo scritto scomparve, come cosa sovrapposta in epoca relativamente recente. Fatto
sta che il dipinto, attribuito successivamente con minor giudizio all' antica scuola fiorentina, venne
dapprima riportato se non altro nel suo vero ambiente locale, il ferrarese, dal Cavalcasele, il
quale vi trova l'arte di un seguace del Tura e del Cossa, e in pari tempo quella di un accu-
rato pittore nel fiorir degli anni.2

Il Morelli, quindi, fece un passo di più, quando riesci a stabilire, mercè i confronti colle
opere autentiche del valente Cossa, che l'Annunciata, proveniente dalla chiesa dell'Osservanza
di Bologna, è opera sua e propriamente della fresca età.

Della verità del fatto oggi può convincersi praticamente chiunque sia disposto a procurarsi
la riproduzione fotografica nitidissima che fece la ditta Braun di Dornach dall'interessante e ca-
• ratteristico quadro,3 (fig. 2a) e la paragoni con quanto ci rivelano le opere accertate del pittore, quali
sono: una parte dei dipinti murali del salone di Schifanoia, l'affresco della chiesa di Baracano
a Bologna, la tempera quivi in Pinacoteca, senza parlare di alcune tavole, sparse in diversi
luoghi.

« Appartiene, se non ai primi anni, almeno ai più floridi del Mantegna, anche la bella
tavola che ora possiede il duca Melzi in Milano ». Così seguita il Commentario nella rassegna
accennata. Oggi sarebbe un povero critico quello che consentisse in siffatto enunciato. Senza
voler negare i meriti dell'opera, massime per quanto concerne la parte materiale dell'esecu-
zione, codesta Madonna col Bambino corteggiato da angioletti che fanno musica, si scosta troppo
da quella di analogo concetto che vedesi in San Zeno a Verona, per potere essere aggiudicata
allo stesso insigne artista. Nò varrebbe a legittimare per opera del Mantegna quella già di casa
Melzi (ora passata in casa del duca Scotti) la circostanza della segnatura Andreas Mantinea
Pr P. 1461, apposta ad un listello a piò del trono della Tergine. Tant'è vero che c'è da rite-
nere che se venisse sottoposto alla prova della pulitura, mediante la nota mistura di acqua ragia
e di spirito, tutto lo scritto scomparirebbe facilmente come quello che si vedeva nell' Annunciata
di Dresda. In fine, l'origine dalla scuola dello Squarcione, maestro al Mantegna, potrà essere
ragionevolmente sostenuta, quella dal Mantegna stesso in verun modo.

Per terza pittura da eliminare avvi una tavoletta già appartenente alla collezione del mar-
chese ITarrache a Torino e che trovasi ora nella raccolta del signor Cook a Richmond presso
Londra. Rappresenta la fante di Medea che tenta di salvare dall' ira della furibonda madre i due
figli. Sono piccole figure assai espressive e vivamente colorite, ma, come già da altri fu osser-
vato, non sono del Mantegna, sì bene di quell' Ercole De' Roberti ferrarese, che seguì un simile
indirizzo nell'esercizio della sua arte.

Crediamo che il primo a riconoscervi l'autore sia stato, a onor del vero, il dottore F. Harck,
che con predilezione ed intelligenza si occupa da tempo dell'antica scuola ferrarese.

La tavoletta del Daniele fra i leoni, dipinto a chiaroscuro, color di bronzo e lumeggiato
d'oro, nella Galleria della Biblioteca Ambrosiana, invece, mentre vien pur noverata senza buon
fondamento fra le opere del Mantegna, non si saprebbe neppure ravvisare quale prodotto di un
autore di vaglia qual che si sia, essendo cosa alquanto insignificante. È da relegare quindi, fra lo
stuolo di trovatelli, come soleva dire in casi analoghi un conoscitore arguto, rispetto ai quali rie-
scirebbe vana ogni ricerca di paternità.

Quando si tratta poi di un grazioso piccolo dipinto qual è quello della Giuditta colla spada
in mano, seguita dalla fantesca che porta in un sacco la testa recisa di Oloferne, appartenente
al Museo di Berlino, il caso è ben differente. In esso già da tempo la Direzione della Galleria

1 Y. Le opere dei maestri italiani nelle Gallerie di

Monaco, Dresda e Berlino. Saggio critico di Ivan Ler-

molieff; Bologna, Nicola Zanichelli, 1886, p. 106.

2 V. Ceowe and Cavalcaseli^, History of Paintivg
in North Italy, I, 527.

3 Catalogo Braun; Dresda, Galleria, n. 21.
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