Archivio storico dell'arte — 4.1891

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MAESTRO ANTONIO DI VINCENZO ARCHITETTO BOLOGNESE

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vere un'innovazione tipica sul fondamento dell'architettura nostrale, conservato per tradizione,
affatto indipendente dallo scopo delle costruzioni ogivali d'oltremonte, i quali tentativi sono pa-
lesati dalle cattedrali di Pisa, di Siena e di Firenze.

Proseguendo l'esame come ò stato incominciato, cioè con le origini del tipo chiesastico nella
basilica cristiana de' primi tempi, trasformata poi in modo singolare dagli architetti francesi e
tedeschi, noi dobbiamo ora considerare la specialità delle intersezioni de' bracci nelle cattedrali
summenzionate, le quali conducono successivamente alla risoluzione trionfante nella basilica Pe-
troniana.

La cattedrale di Pisa è la più antica delle summenzionate che presenta il braccio trasverso
notevolmente esteso. Sull'intersezione della croce s'alza una cupola di sesto ovoidale e di pianta
ellittica coll'asse maggiore seguente l'asse della chiesa, la quale cupola posa sopra sei piloni di-
sposti secondo il rettangolo in cui è inscritta l'ellisse di base della cupola stessa. Qui dunque
abbiamo l'espansione notevole del braccio trasverso e insieme il tentativo di salire in alto, oltre
il consueto sesto delle cupole ogivali, senza che all'architetto sia riuscito di collocarne gli ap-
poggi verticali fuori dall'ambito della nave maggiore. Notisi inoltre che questa chiesa fu eretta
quando lo stile ogivale, non che non essere per anco trapiantato in Italia, ancora non erasi svi-
luppato al di là delle Alpi, la qual cosa dimostra come fino dal secolo xn in Italia si tentasse
di scoprire un nuovo tipo chiesastico prettamente nostrale.

La cattedrale di Siena, a sua volta, presenta un progresso patente. L'espansione della cro-
ciera ivi è pure considerevole, ma la grande novità consiste nell'intersezione, sormontata da una
cupola esagonale, la cui periferia nel piano di terra esce fuori dall'ambito della nave di mezzo,
e per conseguenza sposta le resistenze e ancora la disposizione de' collaterali. E tutta la costru-
zione è interamente romanica, malgrado le intromissioni delle forme ogivali nella decorazione
della facciata.

Il concetto della cattedrale di Siena fu poi svolto ancora meglio nel duomo di Firenze, la
cui cupola, del diametro di cinquanta metri, supera di gran lunga la larghezza delle campate
grandi e s'allarga tanto da occupare quasi tutta l'intera misura latitudinale della chiesa. Ed in
Santa Maria del Fiore, che ha tre navi sole ed i capicroce terminanti in perimetro poligonale
come altrettante absidi, l'architetto non seppe evitare i ripieghi onde permettere l'adito dal corpo
della chiesa al campo sottoposto alla cupola, e da questo ai capi del braccio trasverso ed al-
l'abside, adito che fu ottenuto mercè sottarchi enormi a direzione obliqua, di effetto non bello
in pianta, i quali rendono estremamente massiccia la parte posteriore della chiesa nel confronto
col naos, sebbene i muri perimetrali abbiano uno spessore considerevolissimo.

Invece San Petronio offre la soluzione più vittoriosa d'innestare un grande campo ottago-
nale nell'intersezione della crociera, conservando liberi tutti i passaggi e conservando eziandio
per intero la suddivisione planimetrica de'cinque campi. Quest'ultima particolarità era anzi la
condizione sine qua non della riuscita; ma poiché molti secoli erano trascorsi e molte chiese
erano state edificate senza ottenere tale risultato, spetta a M. Antonio il vanto d'aver supe-
rato la difficoltà, ottenendo in un tempo solo un tipo di chiesa assolutamente nuovo e schietto,
che unisce perfettamente le forme ogivali alle tradizioni italiane ed alle innovazioni del Rina-
scimento.

Dunque ora può dirsi dimostrata e provata l'antecedente affermazione che la basilica Pe-
troniana, senza rinnegare i vincoli stilistici di tradizione e di trasformazione, è il prototipo delle
costruzioni del genere. E ciò che s'è detto circa la planimetria e la statica vale eziandio per i
motivi architettonici decorativi, fra i quali uno merita speciale studio.

Questo ò il tipo de' finestroni lungo i fianchi, illuminanti ciascuna cappella, tipo che non è
lombardesco, nè appartiene al tipo italiano di veruna provincia, bensì si collega agli ardimentosi
trafori delle chiese ogivali d'oltremonte, come avviene per i finestroni absidali del duomo di Mi-
lano. Queste considerazioni, giova notarlo fin d'ora, si riferiscono specialmente alla forma sche-
matica, anzi che alle particolarità del traforo inscrittovi, poiché questo fu variato fino da' primi
tempi della costruzione dallo stesso M. Antonio onde renderlo meno dispendioso. Pertanto le

Archivio storico dell'Arte - Anno IV, Fase. III.

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