Archivio storico dell'arte — 4.1891

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ANDREA BRIOSOO ED ALESSANDRO LEOPARDI ARCHITETTI

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il più originale scultore sorto nell'Italia settentrionale, avendo saputo mirabilmente accoppiare
nelle sue composizioni i caratteri dell'arte donatelliana e mantegnesca con quelli tratti direttamente
dalla classica antica, e trovare una forma del tutto nuova, spirante un sentimento individuale pieno
di forza drammatica e di fantasia, avrà fatto del suo meglio per appagare il desiderio dei monaci
di Santa Giustina. Peccato che il modello della chiesa sia stato, come abbiamo veduto più sopra dal
passo riportato del Cavacio, in occasione d'un incendio, per imprudenza o per malignità di chi
dovea custodirlo, distrutto dopo pochi anni da che era stato eseguito. Esso avrebbe certamente
manifestato nella decorazione quella fertilità ed esuberanza di motivi ornamentali, e quella ricerca
del nuovo e del mosso nelle linee e nei profili, che sono proprie del nostro autore, il quale, anche
nelle opere sue di maggior mole, come il Candelabro, la tomba de' Torriaui a San Fermo a Yerona,
e quella del Trombetta nel Santo a Padova, applicava, non sempre felicemente, ma certo genial-
mente e con grande finezza nei particolari, le norme stesse da lui seguite ne' suoi piccoli capo-
lavori in bronzo, d' un' arte che ora diremo industriale. 1

Ma se il modello fatto dal Briosco piacque ai monaci come opera d'arte, così che non lo distrus-
sero, come invece nel contratto era stato stipulato, tuttavia pare che non se ne siano serviti, forse
perchè, essendo troppo ricco d'ornamentazioni, dispendiosa assai ne sarebbe riuscita l'esecuzione.

Così, non ricordato nò dal Cavacio nò da altri, ci apparisce da un documento che più innanzi
riportiamo, come nell'anno appresso, cioè nel 1517, fosse incaricato Andrea Gigliolo da Bergamo 2
a compiere un altro modello della chiesa, e come già nell'aprile ricevesse il primo pagamento
e promettesse di fare tutto il possibile per consegnare l'opera alla fine di luglio.

I lavori però non procedevano ancora, tanto che si legge un rescritto del 1520 in cui la
Dieta de' monaci delibera che si dia nuovamente mano alla costruzione e si spinga il lavoro

scoltura di bronzo molto vaghe, nell'altare di Gabriello
de Garzoni che fu Caualiero di Malta ». Il Cicogna (Iscri-
zioni veneziane, voi. I, p. 90), citando Flaminio Cornaro
(Kcclesiae venetae, tomo II, p. 24), rileva che l'altare
della Croce, appiè del quale era il sigillo sepolcrale del
Garzoni, morto nel 1566, era stato eretto a spese del
senatore Girolamo Donato (n. nel 1453, m. nel 1511),
e che in esso stavano le cinque storie di bronzo, ora esi-
stenti nell'Accademia.

L'epigrafe incisa sulla cassetta d'argento posta nel
reliquiario di diaspro orientale lavorato in forma di
croce, del quale s'ignora il destino, riportata dal Cor-
naro (op. cit. II, 34) e dall'Agostini (Notizie degli scrit-
tori veneziani, p. 206), era la seguente : lignum ex crucis

titulo qui in templo s. f in hierusalem romae servatur
quod hier. donatus orator venetus sibi ab innocentio vili
pont. max. mirae clementiae dono concessum precioso opere
conclusit, et in sacrario servorum divae virg1nis deoicavit.

anno salutis et gratiae mcccclxxxxii. Ora dell'altare,
che molto probabilmente era stato per intero eseguito
dal Riccio prima del 1500, non restano che i bellissimi
bronzi conservati nell'Accademia di Venezia, e non solo
i quattro rappresentanti le storie relative all'invenzione
ed ai primi miracoli operati dalla Croce, ricche di figure
ed assai drammaticamente espresse, ma tutti e cinque,
come li nota il Sansovino; poiché non v'ha dubbio che
sono dello stesso Riccio e formavano parte del medesimo
altare anche i due sportelli della Custodia del Sacramento,
rappresentanti una grande croce, fra gli angeli ritratti in
sembianze di Vittorie alate e di genietti ignudi ; fra i putti

coperti di tuniche e suonanti, i quali tengono della ma-
niera di Donatello e del Mantegna; in mezzo ad un
maestoso arco trionfale, il cui basamento è adorno di
due bassorilievi piatti, simili in tutto alle note placchette
del nostro autore, rappresentanti la deposizione della
Croce e Cristo portato al sepolcro. Questi sportelli fu-
rono sempre creduti lavoro di Donatello, e come tali
sono ancora notati nel Catalogo. Il Bode tuttavia nel
Cicerone del Burckhardt (Lipsia, 5a ed. 1884, parte II,
voi. II, p. 418) vi riconobbe la maniera del Riccio ed
ora nessuno potrà contestarli a quest'artista.

1 II giudizio che il signor E. Muntz esprime nella sua
Hist. de l'Art pendant la Renaissance (voi. II, p. 538 e
segg.) intorno all'opera artistica del Riccio, è troppo
severo e tale che, piuttosto che dall'esame oggettivo e
spassionato dei lavori lasciatici dal grande artista, sem-
bra derivare dai preconcetti d'una critica ad uso di
quella del Rio. 11 Riccio ha i suoi difetti : non sente la
semplicità grandiosa ed ama il ricco e riempie le sue
composizioni di particolari a danno del soggetto prin-
cipale ; ma ad ogni modo quanta robustezza di modella-
zione e forza drammatica di sentimento e varietà di
atteggiamenti nelle sue figure! Le quali sono spesso
troppo lunghe e colla testa un po' piccola, ma sempre
anatomicamente giuste e classicamente eleganti.

2 Di Andrea Gigliolo o Ziliolo da Bergamo abbiamo
soltanto le scarse notizie che il conte Francesco Maria
Tassi ci dà nelle Vite de' pittori, scultori e architetti
bergamaschi (Bergamo, 1793, voi. I, p. 74).
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