Archivio storico dell'arte — 4.1891

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N. BALDORIA

colla maggiore alacrità, mantenendo l'icnografìa già segnata dalle fondamenta (ef'r. Cavacio, pa-
gine 265-267).

È degno di ricordo il fatto che l'abbate Ignazio, poco tempo prima che gli succedesse Vin-
cenzo Napoletano del Cenobio di San Severino (maggio del 1520), aveva ordinato « Bartholomaeo
Spanno Regiensi Statuario insigni, ut simulacrum Sanctae Iustinae argenteum constaret pondo XXXV.
id absolutissimum allatum est, in quo nihil reprehendas, sed potius admirere tabellas levis cae-
latnrae, quae Yirginis historiam referunt multo nitore, ac diligentia. Spanni item opera sunt fi-
lmi ae argenteae minimis quibusdam historiis sculptae, ac caetera ornamenta sacrorum librorum ».1

Tornando alla storia della Fabbrica, soltanto l'ultimo di gennaio del 1521 furono ripresi i
lavori; ma pare che neppure il modello del bergamasco Andrea Gigliolo soddisfacesse i monaci,
i quali, siccome apparisce da una deliberazione dei 21 di gennaio del 1520, sembra che vo-
lessero perfino cambiare il luogo e rifare perciò le fondamenta della chiesa stessa. Ma non ebbe
esito un tal divisamento dopo che ai 25 di febbraio del 1521 il grande scultore veneziano Ales-
sandro Leopardi chiamato dallo stesso abbate Vincenzo da Napoli a dare un nuovo modello della
chiesa e ad esser proto della fabbrica, dichiarò, come si trova nei documenti più innanzi ripor-
tati, che le fondamenta gettate da' suoi antecessori. erano state concepite secondo le regole del-
l'arte e con buona disposizione di ogni parte della chiesa.

Alessandro Leopardi, forse per malattia, forse pèr negligenza e perchè i frati non gli avevano
anticipate le somme occorrenti, non aveva finito il modello pel tempo stabilito, cioè per l'agosto
dello stesso anno 1521, ond'ebbe dai monaci una citazione che abbiamo voluto riportare insieme
colla replica dell'insigne artista; il quale, sebbene apparisca di carattere altero e presuntuoso, non
ci pare meritasse di esser trattato tanto acerbamente come suonano le parole dell'atto accennato.
Ad ogni modo la vertenza fu ben presto appianata, e noi troviamo che ancora nel luglio del 1522
Alessandro Leopardi dirigeva la fabbrica, e forse è l'ultima lettera da lui scritta quella in cui egli
si lagna de' mastri muratori fra Antonio e Zanetto, perchè non restavano agli ordini da lui oral-
mente espressi.

Il Cavacio (op. cit. p. 267) accenna che nel 1521 « in fundamentum novi templi pridie
Calendas Februarii demissus est primus lapis multis precationibus et ceremoniis sacer. Multo
stipendio adscitus est Venetiis Alexander Leopardus Architectus, sed brevi tanfo oneri cessit ».
Il Selvatico nella sua Guida di Padova (Padova, 1869, p. 170) non crede che Alessandro Leo-
pardi abbia lasciato la sua traccia nel grandioso tempio di Santa Giustina ; nè altri scrittori d'arte
s'occupano del Leopardi come architetto di quell'edificio che il grande artista giudicava « la più
degna et regolata fabrica facta in Italia za anni tresento » (cfr. docum. del xxx di dicembre 1521); si
limitano soltanto a notare che nulla si sa degli ultimi anni di lui, e che deve essere morto nel 1521.2

I documenti che noi pubblichiamo provano invece che il Leopardi non morì prima della fine
del 1522, e che dedicò l'ultimo tempo della sua vita alla costruzione della chiesa di Santa
Giustina per l'alzato della quale aveva fatto il nuovo modello che, salvo poche modificazioni,
deve essere stato seguito anche dopo la morte dell'artista.

E scrive infatti il Cavacio che il successore dell'abbate Vincenzo da Napoli, don Giovanni
Maria da Crema, « provexit.... tanto studio fundatum templum, ut altero anno, quo etiam magi-
strati! abiit (cioè nel 1523), solo tenus parietes viderentur » (cfr. Cavacio, op. cit., p. 267).
Così l'abbate Andrea da Venezia, che fu eletto dipoi, « cuius magistratus biennalis tantum me-
moriam habent Codices, quos in usum sacrificii conscripsit D. Laurentius Gazius Cremonensis,
et adpictis historiis Sanctorum egregie ornavit Benedictus Bordonus Iuris consultus, et Cosmo-
graphus insignis...., templum evexit ». 3 E la fabbrica va sempre innanzi, senza bisogno di nessun

1 Cfr. Cavacio, op. cit. p. 267. Non vi è più traccia VArt pendant la Renaissance di E. Muntz (voi. II, p. 534).
in Padova di queste opere dello Spani, disperse e di- Il Cavacio stesso, come già abbiamo veduto, asseriva
strutte nel tempo delle invasioni straniere dall'anno 1797 che il tempio era stato costruito secondo il modello del
al 1813. Riccio.

2 Cfr. il Cicerone del Burckhardt (5a ed. Lipsia, 1884, 3 Cfr. il Cavacio (op. cit. pp. 267, 268), il quale con-
parte II, voi. I, p. 240 e voi. II, p. 434), e la Histoire de tinua dando le misure della chiesa nel passo che qui
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