Archivio storico dell'arte — 4.1891

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ANDREA BRIOSCO ED ALESSANDRO LEOPARDI ARCHITETTI 185

altro architetto, fino al 1532, in cui, arrivata forse alle volte, essendosi incontrata qualche dif-
ficoltà, l'abbate Leonardo Pontremulense « Andream Moronum Bergomensem Architectum multi
nominis conduxit, cuius etiam studio satis provectum est ». 1

Chi poi esamina il maestoso edificio, viene da sè nella persuasione che in esso deve essere
stato seguito il disegno del Leopardi. 2 Tiene ancora del lombardesco e somiglia per certa di-
sposizione della pianta e delle masse, come per qualche motivo ornamentale, alla chiesa di San
Salvatore a Yenezia, la più nobile, forse, tra le chiese del Rinascimento in Yenezia, architettata
da Giorgio Spavento e Tullio Lombardo; ma questa è più elegante e più snella di forme, quella
a Padova, come è assai più vasta, è pure più severa e massiccia. Ne è meraviglia che il Leopardi
sacrificasse alla semplicità quasi ignuda e alla pura euritmia delle linee il suo genio di scultore certo
propenso alla decorazione; forse a questo avrebbe dato campo di manifestarsi nella facciata del tem-
pio, che non fu mai eseguita. Del resto il Leopardi, uscito dalla scuola dei Lombardi e formatosi collo
studio dell'arte greca, è il più sobrio decoratore della scuola veneta; sente la grandiosità delle
masse e come modella largamente ed energicamente le sue figure, e nobilmente le atteggia e
le veste al modo antico con chiari e semplici partiti di pieghe girate elegantemente e non mai
interrotte nè spezzate, cosi, e ciò apparisce specialmente nel piedistallo del monumento al Col-
leoni, nelle basi degli Stendardi di piazza San Marco, e ne' bronzi dell'Accademia di Yenezia
rappresentanti l'Assunzione della Yergine, attribuiti finora alla scuola fiorentina, ma che io giu-
dico del Leopardi, non ama, come invece gli scultori della scuola padovana, di riempire nelle

composizioni tutti gli spazi, ma di disporre con armonia, chiarezza e grandiosità le sue figure o
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gli ornati. E adunque ben diverso dal Riccio, quantunque nei Tritoni e nelle Nereidi degli
Stendardi di piazza San Marco a Yenezia mostri di averne sentita l'influenza.

ci piace di riportare: « Ab ara maxima quae Orienterà
spectat, enumerantur ad ostium pedes CCCXXXII. Tra-
ctus medius, qui crucis figuram exibet, ab Austro in
Septentrionem excurrit pedes CCXXYIII, latitudo ubi
maxima est habet pedes LXXII, ubi minima XL. Ipsa
latitudo variat ubi mediae navi laterales iunguntur. Sin-
gulos ad orientem angulos ornant duo Sacella, ad Oc-
cidentem unicum: haec universa in absidem flexa: re-
liquum templi recta in Occidentem sena Sacella habet
ad meridiem, sena ad Aquilonem. Ingentes colunmae
quadrangulares lateritiae, quae fornicem sustinent, ex
marmore Istro habent capita et bases. Coronix ex eodem
marmore totum templum excurrit lata pedes IX, proie-
cta III. Architecturae ratio mixta est, sed magia in Co-
rinthiam deflectens. Colurnnarum capita habent florem,
abacurn, volutam, et cimatium, licet non habeat folia.
Basibus adsunt stereobatae, qui suppedaneum praebent,
ac stilobatae, qui sedes faciunt his, qui divinae rei in-
tersunt. Martyrium subest arae maximae, quod fornice
obtegitur summe artificioso. Neque enim fulcitur vectibus
vel catenis, sed fere planus sub vastissimo pondere lon-
gius excurrit. Haec templi dimensio est ; ornamenta vero
quae non facile describantur ». 11 lettore può farsi una
idea della grandiosità e nobiltà del tempio di Santa
Giustina dall'incisione che ne pubblichiamo. In un altro
articolo parleremo delle opere d'arte più degne di nota,
da cui è decorato.

1 II Tassi (op. cit. voi. I, p. 33) parla di Andrea Mo-
rone soltanto per indicare che fu chiamato a continuare

Archivio storico dell'Arte - Anno IV, Fase. III.

la fabbrica di Santa Giustina, e lo crede giustamente
di quella famiglia dei Moroni d'Albino, la quale per
circa 200 anni coltivò con onore l'architettura civile e
militare. Certo, il Morone, non avendo avuto l'incarico
di fare un nuovo modello dell'edifìcio (cfr. l'accordo fatto
coi monaci, pubblicato in fine), deve aver seguito quello
del Leopardi, interpretandolo, naturalmente, a modo suo;
nell'accordo infatti si dice ch'egli dovea dare al taglia-
pietra il disegno e le sagome dei capitelli, ed in essi
non troviamo ch'egli si sia attenuto alla finezza d'arte,
propria del Leopardi.

2 Avevo già scritto questo articolo quando un'altra
conferma di quanto asserisco colla scorta dello stile e
dei documenti, mi è venuta dalle ricerche fatte per me
dalla Direzione del Museo, della Biblioteca e dell'Ar-
chivio comunale di Padova (alla quale godo di professar
pubblicamente la mia gratitudine per i servigi presta-
timi), in un Manoscritto della Raccolta patria, compilato
da D. Massimo Gervasi di Belluno, abbate de' Ss. Felice
e Fortunato da Yicenza, ed intitolato « Relationi Isto-
riche della Chiesa e Monastero di S. Giustina di Padoa
dalla sua origine sino al tempo presente (anno 1699) ».
In esso è detto a p. 125: «Nel 1520 essendo Ab. il
P. D.n Vincenzo di Napoli fu chiamato Alessandro Leo-
pardo Yeneto, il quale aggiostò il dissegno del Liviano
nella forma che al presente si vede la Chiesa fabricata.
Acconsentirono a tal disegno ultimamente proposto dal
sod.° Leopardo il P. Abb. ed altri Prelati della Congre-
gazione essendo esso Leopardo stipendiato».
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