Archivio storico dell'arte — 4.1891

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AUGrUST sciimarsow

a Firenze, per esaere ascritti a lui; perchè potrebbe darsi che il maestro non ne abbia fatto che
i modelli e che i garzoni incaricati di eseguirli in marmo non vi sieno riusciti bene. Anzi que-
st'ipotesi mi pare più verosimile ancora in riguardo allo stilo della decorazione stessa; la dispo-
sizione ed i profili delle modanature, il gusto degli ornati, la composizione dei gruppi hanno
qualche rassomiglianza colle opere di Antonio, il quale, come è noto, era inclinato alla maniera
di Luca della Robbia. 1

« D'altra parte però non si può negare che quella tenera grazia, quella morbidezza del fare,
le quali distinguono le opere del Rossellino, non si trovano affatto in queste sculture. E poi si
crede che Antonio Ilossellino sia morto prima del 1470, mentre la cappella Grimani non può
esser incominciata prima del 1471, essendo stata, come si vede, aggiunta quando la chiesa era
terminata, cioè dopo il 1471. Inoltre quel Pietro Grimani, che la fece costruire, non può esser
nato prima del 1460 perchè suo padre era nato nel 1435. Così pare poco verosimile, che la
cappella sia stata eretta prima del 1480 ».

In questo ragionamento si contengono alcuni errori, perchè sappiamo adesso per le indagini
del Milanesi, che Antonio Rossellino deve essere morto prima di finire i lavori della cappella
Piccolomini nella chiesa di Monte Oliveto a Napoli, cioè nel 1478 o 1479. Del padre di Pietro
Grimani, di nome Francesco, come lo dice l'iscrizione della cappella a San Giobbe citata dal
Cicognara, abbiamo nella Venetia descritta del Sansovino l'iscrizione sepolcrale, fattagli fare dai
tre figli Marc'Antonio Vincenzo, Pietro e Andrea, nell'anno 1539, iscrizione in cui i due primi
si chiamano «Procuratori di San Marco». Morì il padre, come si legge,, nell'età di 85 anni,
per cui dev'essere nato nel 1454, più tardi di quello che crede il Mothes. E l'iscrizione di Pietro
a San Giobbe porta la data 1553 e dice che era vedovo di due mogli sotterrate nella cappella.
Ma lasciamo per adesso la combinazione delle notizie storiche, per sentire dapprima la sentenza
definitiva del Mothes.

« Con tutto ciò — egli dice — non credo che abbiamo da riconoscere un'opera di Antonio Ros-
sellino » ; e a p. 80 aggiunge : « E certo dunque che questo Antonio Ruscelli si deve riguardare
come un discepolo dei Lombardi (di Venezia), benché prima di venire a Venezia debba avere
studiato a Firenze.

«La seconda cappella somiglia alla prima nella disposizione dell'interno, come nella deco-
razione dell'arcone ; nella vòlta si vedono quattro medaglioni in terracotta della maniera dei
Robbia. 11 lavoro nell'insieme è buono e richiama alla memoria il fare dei fiorentini». Adire
il vero l'autore non fa che ripetere il giudizio del Selvatico.

Anche il dottor A. G. Meyer, ricercando nei monumenti sepolcrali di Venezia le tracce del-
l'arte fiorentina, e specialmente del Bellano, fu impressionato da questa cappella più che da tutte
le altre parti del San Giobbe. « Appare molto spiccatamente l'affinità di stile fra i lavori in
marmo del Bellano a Padova e la decorazione dell' interno del San Giobbe, e più particolarmente
della seconda cappella a sinistra, in cui l'altare, tanto nelle figure quanto negli ornati, ci riporta
direttamente alla decorazione della parete della sagrestia del Santo eseguita dal Bellano. 2

Poco dopo, essendo ritornato anch'io a Venezia, fui sollecitato dal dott. Semrau di Breslavia
a vagliare il giudizio del Meyer;3 dopo un primo esame dell'altare io gli scriveva: «L'ispira-
zione dell'opera mi sembra troppo puramente toscana, e troppo fino ed elevato mi pare il gusto
delle figure, per poterle attribuire al Bellano. E in presenza della vòlta coi medaglioni in terra-
cotta invetriata, lavori indubbiamente robbiani, non vorrei pronunciare che il nome di un artista
fiorentino degno di splendere fra i primi maestri della seconda metà del Quattrocento ».

Senonchò continuando le indagini ed estendendole alle singole particolarità, mi riusciva dif-
ficile riconoscere la mano di uno stesso artista in tutte le parti dell'altare.

1 Leggendo questa caratteristica mi viene il dubbio,
che l'autore tedesco abbia fatto un po1 di confusione tra
gli appunti da lui presi nel suo viaggio a Venezia, per-

chè il nome della llobbia pare che accenni alla seconda

cappella, mentre si parla ancora della prima. Ma la

digressione è breve ed egli ritorna subito in carreg-
giata.

2 Jahrbuch der l'Uri, preuss. Kunstsanimlungen, 1889.

3 Max Semrau, Donatello's Kanzeln dì San Lorenzo,
Breslau, 1891, p. 159, nota.
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