Archivio storico dell'arte — 4.1891

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UN CAPOLAVORO DI SCULTURA FIORENTINA DEL QUATTROCENTO 231

pensatore che sente, d'un penitente che lascia il mondo per martoriarsi, di uno che ha fatto
rinunzia a tutto e che vaga per la solitudine senza perdere però l'amore per gli uomini.

Il Rossellino ci ha fatto vedere un'altra volta la medesima natura gentile nello stesso figlio
di Elisabetta, rappresentandolo come un tenero ragazzo che se ne va pei monti, la medesima
pergamena in mano col motto : AGITE PENITENTIAM, il cui senso quell'anima infantile non
capisce ancora. La statuetta del Museo Nazionale di Firenze ci mostra in questa la rappresen-
tazione preferita nella patria; ma certamente nei tratti del viso fanciullesco si riconoscono le
forme del medesimo tipo che ci si mostra adulto nella statua di Yenezia, colla sola differenza che
il bambino delicato di Firenze ha l'aspetto leggermente rattristato, mentre l'uomo maturo di
Yenezia è profondamente commosso.

L'ovale della testa giunge alla base del cranio a notevole larghezza, il naso si avanza dalla
fronte con un passaggio delicato, leggermente incavato, scende in linea retta e termina a forma
di pera, il cui margine inferiore è alquanto più basso, con le narici dilatate. A questi segni di
entusiastica animazione danno maggior forza le labbra della tenera bocca infantile animatamente
increspate, generando per tal modo un atteggiamento molto espressivo, che nel fanciullo di Fi-
renze sembra preannunziare il pianto, mentre invece nell' uomo barbuto di Yenezia sono come
un accenno ad amara esperienza ed a tormentosi pensieri i capelli arruffati e la bocca che ter-
mina più duramente ed ha le labbra più strette e più tirate; è una bocca ancor sempre espres-
siva, ma ha un'espressione più triste. Tanto nell' uno come nell'altro si osserva sotto il naso
l'incavatura fortemente accentata, dalla sporgenza inferiore della quale si spartono come due ali
le due metà del labbro superiore.

La stessa forza ed espressione del capo, che è incorniciato dai capelli e dalla barba legger-
mente ondeggianti, si manifesta nelle mani e nei piedi, alquanto grandi in proporzione delle braccia
e delle gambe che sono slanciate; cosicché, per quanto delicatamente animato, pure il carattere
si sente e non vi ritroviamo quell'amabilità vuota e alquanto molle che in Benedetto da Maiano
annebbia i tratti fondamentali. Ciò ritroviamo anche nella stupenda figura di giovane che è il
San Sebastiano nudo di Empoli, pure del Rossellino; ed è appunto questo che ci fa tanto gustare
la vista del bel martire, che di solito cade così facilmente nello sdolcinato. E come il San Seba-
stiano, per la sua età e per tutte le forme caratteristiche, segna il passaggio fra il San Gio-
vannino del Bargello e il San Giovanni in San Giobbe, sicché lo possiamo ritenere e considerare
propriamente quale anello di congiunzione fra i due, così anche il vestito del Battista in am-
bedue le figure ci offre occasione sufficiente a concludenti confronti.

Ambedue portano un saio di pelle di pecora, che somiglia ben poco ad un abito di peli di
camello, e al di sopra un manto di stoffa fina e molle, che nel fanciullo è piuttosto una tunica
senza maniche legata alla vita da un panno annodato sul davanti, nell' uomo un manto girato in-
torno ai fianchi, corto dinanzi e che di dietro ricade fino a terra. Tanto il modo di rendere la pelle
a ciocche quanto i partiti di pieghe fluenti del tessuto sottile e liscio, che anzi nella figura in
San Giobbe mostra la cimosa che vedesi negli abiti delle figure di Donatello e di Nanni di Banco
in Orsanmichele, hanno in tutto e per tutto quelle stesse particolarità che notiamo anche nelle altre
opere di Antonio Rossellino. Nominando qui anzitutto la tomba del cardinale di Portogallo in
San Miniato, e specialmente i due angeli inginocchiati con la loro folta capigliatura, con le magni-
fiche ali in cui sono conservate a bella posta le file di occhielli così ricche di effetto, e con le larghe
tuniche pendenti, in una delle quali, cioè in quella dell'angelo che porta la corona, si ritrova pure
la cimosa ; arriviamo già cronologicamente a quel gruppo di lavori del nostro artista che qui dob-
biamo considerare e che può chiudersi col San Giovannino del Bargello (1477) e col lavoro incom-
piuto della cappella Piccolomini a Napoli.

Appunto in Napoli, nell'altare della cappella Piccolomini in Monte Oliveto, noi vediamo
un'opera eseguita dal maestro in Firenze, ne' suoi ultimi anni, per un committente che abitava
in un'altra città, e possiamo pertanto considerarla lavorata nelle stesse condizioni del lavoro esi-
stente a Yenezia. Qui qualunque conoscitore ritroverà delle figure affini alle altre del maestro :
tali le statue dei due apostoli Andrea e Giacomo, come pure le mezze figure di profeti al di
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