Archivio storico dell'arte — 4.1891

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AUGUST SCHMARSOW

La cappella di San Giovanni, prescindendo da posteriori aggiunte, mostra in tutte le sue
parti il carattere dell'arte fiorentina del Quattrocento. La chiesa di San Giobbe è un edificio
di quel tempo, terminato nelle sue parti principali fra il 1462 ed il 1471, giacche il suo fon-
datore, il doge Cristoforo Moro, vi fu seppellito nel coro ranno 1471, dopo aver disposto per
testamento che un certo « Antonio Tajapiera de San Zaccaria » dovesse dirigere il compimento
dei lavori in marmo. Si suppone che costui sia queir Antonio de Marco, proto di San Zaccaria,
che il 12 aprile 1477 partì per il Levante, per incarico avutone dalla Repubblica. 1 Certo ò che
questi lavori in marmo della cappella del coro, del portale e della maggior parte degli altari
mostrano distintamente il carattere proprio della scultura veneziana, e più propriamente della
scuola di Pietro Lombardi. Ma non meno chiaramente appare nella decorazione l'imitazione dei
lavori fiorentini accoppiata a quella dell'antichità, nello stesso modo in cui si osserva in Roma
nell' ultimo terzo del secolo xv. Ambrogio Barocci, da Milano, sembra aver portato nel palazzo
d'Urbino questa maniera, al tempo del dùca Guidobaldo.

L'anno della morte di Antonio Rossellino (1478-79) ci segna l'ultimo termine per la data
dell'altare di San Giovanni, al quale poi si aggiunge il resto della decorazione della cappella
coi medaglioni robbiani nella vòlta; e certamente anche questo lavoro, come quello di Napoli,
commesso dopo il 1470, fu eseguito sul modello della cappella del cardinale di Portogallo in
San Miniato, consacrata nell'anno 1467. Accenna personalmente al fondatore anzitutto la scelta
dei santi: san Giovanni Battista patrono di Firenze, e i due santi principali, san Francesco e
sant'Antonio dell'ordine dei Minoriti, al quale Cristoforo Moro, per una personale devozione
a san Bernardino da Siena, consegnò il convento e la chiesa di San Giobbe. 11 fondatore della
cappella di San Giovanni era dunque certamente un amatore dell'arte fiorentina; forse era egli
stesso un fiorentino e inoltre amico degli Osservanti; forse fu il primo abate del convento di
San Giobbe, e quindi il ricco ornamento di maniera toscana può esservi stato posto abbastanza
presto, per poter col suo esempio guadagnare singolare influenza sul resto della decorazione.

Invece il nesso di tutta la decorazione, e già quello dell' altare della cappella, è in sè stesso
così poco uniforme, che non si può pensare che il Rossellino abbia diretto personalmente il lavoro
e che quindi in questa occasione egli abbia fatto soggiorno a Venezia. D' altra parte però ci sono
tutti gli indizi che anche qui abbia dominato la mano di un capace artista che ben conosceva
il gusto toscano. Per me la disposizione del tabernacolo sopra l'altare, la finezza delle parti
decorative, l'esecuzione degli angeli inginocchiati è troppo puramente toscana per poter pensare
ad un padovano della scuola di Donatello, come il Bellano a cui accenna il dottor A. G. Meyer.
Considerando ancora una volta le figure dei due monaci, Sant'Antonio da Padova con la fiamma
sulla mano destra e San Francesco che mostra la stigmate del costato, arriviamo all' ultimo punto
che ci rimane da toccare, cioè al confronto coi lavori in marmo del Bellano, conservati a Padova,
e specialmente con la decorazione della sacristia del Santo. E qui bisogna ben convenire che l'ese-
cuzione della tonaca dei monaci ha alquanto della maniera piana, dura e angolosa di Bartolommeo
Bellano. Specialmente la relazione fra il nudo e la stoffa, il modo alquanto duro con cui il largo
polso esce dalla manica, e le dita che, senza un vero motivo, si appoggiano alla parte del corpo
che è più vicina o ad un partito di pieghe qualunque, accennano alla sua maniera. 0 forse anche
San Francesco teneva, come di solito, nella mano destra un crocifisso, e allora tutto il braccio
non sarebbe che un' imitazione di qualche scolaro dalla figura principale del Battista. Parimente
vuota e ancor meno dignitosa appare la figura di Sant'Antonio che, mancante di qualunque anima-
zione, tiene il segno del suo ardente affetto sulla destra tesa in avanti, mentre la sinistra, col
libro, ricade giù diritta come nel San Francesco e cerca un appoggio sulla coscia leggermente
alzata. Per tal modo la figura è bensì perfettamente simmetrica come riscontro di quella di sinistra
nella nicchia per cui è destinata, ma non si eleva per niente al disopra del livello della scuola.
E questa disciplina scolastica non è appunto fiorentina, o per lo meno più vicina ad Antonio
Rossellino? L'atteggiamento freddo, goffo, imbronciato di questi monaci d'aspetto contadinesco

1 Mothes, Storia dell' ardi, e scult, di Venezia, II, 75.
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