Archivio storico dell'arte — 4.1891

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N. BALDORIA

Se non che è piuttosto ammissibile che i Greci anche nelle opere musive si siano accontentati
d'una parte secondaria, giacché mai nell'Occidente europeo, e specialmente a Roma, la pratica
del mosaico era rimasta interrotta, e non potevano quindi mancare abili artisti locali, i quali,
come sempre accade, non dovevano certo, nè avrebbero voluto, lasciare che gli stranieri li so-
praffacessero.

Considerando la maniera del disegno, la tecnica esecuzione, i costumi delle figure, ci accor-
giamo che tutto ciò può anche corrispondere coi caratteri dell'arte cosiddetta bizantina : figure
lunghe e sottili, duramente segnate, ma' di giuste proporzioni, con movimenti talora forzati e
talora eziandio di una certa eleganza; sfarzo di vesti ricchissime specialmente nelle sante; grande
impiego dell'oro e di colori assai vivi che sono però messi tra loro in perfetta armonia. Se non che
tali caratteri noi troviamo già in uso da molto tempo nell'Europa occidentale, ed in Roma incomin-
ciando specialmente dal secolo vii, col mosaico dell'abside di Sant'Agnese.

L'arte orientale aveva comunicato all'arte occidentale, incominciando principalmente dal vi secolo,
le sue norme ed il suo stile, e questa, essendovisi già abbastanza conformata, non aveva però
tralasciato di fare da sè, mantenendo un proprio carattere ; una maggiore grandiosità di concepi-
mento e maggiore larghezza di disegno, quantunque molto minore finezza di esecuzione e minor
fantasia.

Non è quindi possibile ammettere che l'arte orientale del ix secolo, la quale produceva
alquanto più tardi le belle miniature del codice di san Gregorio Nazianzeno e del Psalterio che
ora si conservano nella Biblioteca Nazionale di Parigi (nn. 510 e 139), miniature in cui tutto,
sebbene convenzionalmente, è però disegnato e dipinto con mirabile finezza, e vi troviamo novità
di composizioni, di atteggiamenti, di tipi, e panneggiamenti assai diligentemente condotti, con
eleganti partiti di pieghe abbastanza largamente disposte, quantunque angolose e durette, e giusti
passaggi di tinte e giuste degradazioni nel chiaroscuro, non è, ripeto, possibile ammettere
che essa avesse anche una maniera così semplice e rude quale si riscontra nei mosaici del
ix secolo a Roma. Gli iconoclasti non potevano aver distrutta nè mutata una lunga tradizione
artistica.

Nei mosaici dell'oratorio di San Zenone manca assolutamente ogni traccia di chiaroscuro :
entro ai contorni delle figure le tinte son date uniformemente, solcate solo dai segni strettamente
necessari per indicare i tratti de' volti, gli ornamenti delle vesti ed il girar delle pieghe prin-
cipali sotto cui si riconosce il movimento dei corpi.

Tali caratteri ci si presentano tanto nei mosaici dello stesso secolo a Roma, quanto in quelle
più antiche tra le pitture conservate nella chiesa sotterranea di San Clemente pure a Roma,
quali, per esempio, la Crocifissione e l'Assunzione di Maria Tergine, e perdurano nelle miniature
dei codici latini sia carolingi, ov' è però maggior finitezza e movimento, sia di epoca molto più
tarda, quali il Donizzone del principio del secolo xn, conservato nella Yaticana.

Mente rimane, senonchè le descrizioni delle ricchissime opere fatte eseguire nel palazzo im-
periale di Costantinopoli dall'imperatore Teofilo (829-842), l'ultimo degli iconoclasti, e da Ba-
silio il Macedone (867-886). Del palazzo stesso non restano neppur le ruine; ma certo dall'entu-
siasmo con cui gli scrittori parlano anche delle decorazioni musive nelle sale e nelle cappelle
di esso, devesi con ragione dedurre che l'arte del mosaico era stata sempre assai coltivata nell'Oriente
e seguiva il progresso medesimo che troviamo nelle miniature e negli avori bizantini di questa
stessa epoca, in cui appunto s'operava un potente risveglio e nella vita e nella letteratura e
nell'arte in generale de'popoli soggetti all'impero costantinopolitano, risveglio che durò per circa
altri trecento anni. 1

Se è vero, come inclinano a credere gli storici dell'arte, che sono del tempo di Basilio il Ma-
cedone i frammenti di mosaico nell'abside occidentale di Santa Sofìa, che il Salzenberg ha po-
tuto disegnare, e se ne è fedele il disegno,2 cessa il dubbio che a Costantinopoli non si lavo-
rasse con maggiore finezza e maestria di quella che apparisce in tutti i mosaici di Roma del

1 Bayet, L'art bizantyn, Paris, Quantin, p. 118esegg. 2 Cfr. Bayet, op. cit., p. 143.
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