Archivio storico dell'arte — 4.1891

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N. BALDORIA

Due pulvini di media altezza, a tronco di piramide rovesciata e fregiati di striscie a zig-zag,
coronano i due capitelli e vi posa un'enorme cornice, frammento d'un edificio della decadenza
classica tra la fine del secolo in ed il principio del ìv, straricca perciò di decorazioni incavate
col trapano. Gli scalpellini del ix secolo non ne vollero lasciar disadorni nè il soppalco nò i
fianchi; e nel soppalco scolpirono, relativamente assai bene, una linea di foglie lobate ed un
motivo di cerchi formati da intrecciature di vimini, entro i quali stanno grandi fiori uscenti
con quattro petali dal contorno e toccantisi fra loro ; ne' fianchi continuarono, certo con minore
incavo, le file degli ovoli e dei dentelli ; ma in luogo di riprodurre il fitto e grasso fogliame
alternato da gruppi di baccelli, che non ne sarebbero stati assolutamente capaci, si acconten-
tarono di scolpire due linee di foglie d'alloro disposte a squama.

Sopra la porta che, siccome vedesi anche nell'incisione, ha in complesso un'aria di classica
gravità, si pose quale coronamento, in mezzo alla finestra, un bel vaso antico di marmo bianco,
strigliato.

Si entra nella cappella salendo due bassi gradini. Il pavimento, a quadrati e triangoli in
cui s'alternano il marmo bianco, il porfido ed il serpentino intorno ad una gran rota porphyr etica,
ò uno dei più antichi esempi d'opus sedile} il quale riuscì a sostituirsi al vermiculatum usato
nell'antichità, ed a produrre più tardi i mirabili pavimenti cosmateschi.

Le quattro colonne che arrivano fino agli spigoli della volta, sono di marmi diversi, due di
granito bigio, ed una di granito (?) verdastro scuro: quella poi all'angolo formato dalla parete
di fronte all' ingresso e dalla parete a destra, è forse, come dicevami il mio amico architetto
Giacomo Boni, la più grande colonna che si conosca di granito bianco e nero.

I capitelli corinzi che furono dorati, sono pur differenti e nessuno del secolo ix. I due di
fronte a chi entra, di cui presentiamo un esemplare, con un giro di foglie d'acanto, dietro le
quali s'alzano foglie astate di piante acquatiche, somigliano ad altri capitelli nella chiesa rotonda
di Santa Maria in Nocera de' Pagani, che è opera del ìv secolo.

Degli altri due, l'uno è classico della decadenza romana, corinzio colle solite foglie d'acanto;
l'altro, di cui diamo la riproduzione, a campana molto espansa presso il collare e rastremata a
metà, formato da foglie di cardo alquanto secche e non molto profondamente incavate, ricorda
l'arte bizantina del secolo vi, e trova in Roma stessa un riscontro tanto in quello a sinistra
ed internamente del protiro di San Clemente, quanto in un altro più rozzo e quindi più tardo
nelle Gallerie di San Lorenzo, disegnato dal Cattaneo. 1

La colonna di granito bianco e nero posa su di una specie di capitello rovesciato adorno
di rade foglie d'acanto sopra foglie acquatiche in rilievo alquanto basso, sopportato a sua volta
da una base in cui e tori e scozia sono riccamente intagliati a fiori, a foglie d'alloro, a scanala-
ture ; lo zoccolo è decorato nelle faccie da bei tralci di vite con foglie ed uva, in quella stessa
forma che si riscontra, per esempio, negli ornati della cattedra d'avorio di Massimiano a Ra-
venna, e fu usata specialmente nell'arte orientale attraverso tutto il medio evo, con una certa
pesantezza nel rilievo e rigidezza e monotonia nel trattamento delle foglie, ma con eleganza e
sapere. È, secondo me, il migliore esemplare dell'arte decorativa scultoria nel vi secolo a Roma,
e non, come scriveva il Cattaneo nella sua pur pregevolissima opera,2 un bellissimo esemplare
dell'arte classica. Pure del secolo vi è il basso zoccolo sotto al dado del nono, sostenente la
colonna a sinistra, e porta anch' esso scolpiti dei ritmi.

1 Op. cit., p. 41.

2 11 Cattaneo è pure caduto nel grave errore, se-
condo me, di credere del vi secolo la maggior parte
delle lastre scolpite componenti il cancello del coro nella
basilica di San Clemente, portanti il monogramma d'un
Giovanni, e mentre disegnava i due capitelli così egre-
giamente lavorati, che nella stessa chiesa decorano il
monumento al cardinale Yenerio da Recanati (di cui
anche le colonne portano spiccata 1' impronta, special-

mente al basso, del secolo vi e non dell'arte classica),
non s'accorgeva che le sagome e gli ornati di que1 plutei
son così bassi, barbari e rozzi, che non possono essere
assolutamente attribuiti all'epoca di Giovanni li, ma
piuttosto a quella di Giovanni VII, e meglio al secolo ix,
cioè a Giovanni Vili. 11 disegno ch'egli presenta d una
parte di essi non è conforme al vero e può trarre in
inganno. (Cfr. op. cit. pp. 29, 30 e 31).
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