Archivio storico dell'arte — 4.1891

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LORENZO DEL MA IT ANO E LA FACCIATA DEL DUOMO D'ORVIETO

rebbe che senza di lui non si movesse pietra nelle architetture del tempo. Due sono principal-
mente le cause che gli crearono questa reputazione postuma e smisurata: la II Vasari, coli'at-
tribuirgli molti famosi edifizi che non sono suoi, o che anche essendo furono poi rifatti a nuovo
e ridotti così a quella grandiosità e bellezza che prima non avevano ; 2a L'aver creduto fino
a quest'ultimi tempi, perchè egli fu l'architetto primo di Santa Maria del Fiore, che questa
stupenda e bellissima cattedrale che oggi ammiriamo sia veramente quella uscita dalla sua mente,
cosa lontana molto dal vero. Anche l'errore incorso per tanti secoli intorno al suo nome con-
corre a far sospettare ch'egli non avesse fra i coetanei quella gran rinomanza che gli fu poi
attribuita; imperocché, s'egli allora avesse avuto davvero tanta celebrità, si doveva sapere come
chiamarlo per nome, e non si sarebbe tramandato ai posteri con quello sbagliato d'Arnolfo di
Lapo. Dovremmo noi, per esempio, credere che Dante fosse famoso anche al suo tempo, se fosse
giunto a noi sotto il cognome dei Buondelmonti o degli Altoviti? Sarebbe poi da domandarsi
come mai il Vasari, così largo nell'attribuire ad Arnolfo edilìzi non suoi, non solo non gli faccia
merito alcuno del duomo d' Orvieto, ma taccia perfino della dimora di lui in questa città, e come
mai tra gli Orvietani non sia rimasta memoria o tradizione alcuna che attribuisca ad esso il
disegno della loro chiesa. Finalmente resta difficile a capirsi com'egli, lasciando Orvieto nel 1282,
non si curasse più di tornarvi per dirigere ed assistere la costruzione di quel duomo che si
vorrebbe opera sua, e preferisse piuttosto starsene qua e là e principalmente a Firenze, dove
fino al 1294 non avrebbe avuto lavori di tale importanza da paragonarsi a quello; cosa tanto
più strana se si riflette che in quelle età gli architetti erano l'anima delle opere loro, e s'imme-
desimavano tanto in esse che avocavano a se la direzione di tutti i lavori e di tutte le arti ne-
cessarie alla loro esecuzione. Io vedo, per esempio, che Lorenzo nostro, per attendere al suo
duomo, volle stabilirsi in Orvieto ed esser fatto cittadino orvietano. Ma anche senza queste con-
siderazioni, v'è un argomento molto più serio e decisivo, ed è quello dello stile. Che cos'era
questo disegno originario del duomo d'Orvieto che si vorrebbe presumere opera d'Arnolfo?
L'abbiamo detto pocanzi: era in tutto e per tutto il disegno d'una basilica romanica ad oltranza,
era veramente quell'ecclesia ad instar Sanctae Mariae maioris de Urbe, come precisamente s'era
voluto che fosse. E Arnolfo era forse anch'esso un architetto della scuola romanica? No.
Qualunque supposizione si voglia fare intorno allo stile ed ai modi decorativi da lui usati, sta
in fatto ed in modo indiscutibile, ch'egli era un seguace della scuola ogivale, epperciò un av-
versario del romanicismo. Al tempo suo l'ogivalismo al di là dell'Alpi trionfava su tutta la linea,
e aveva fatto la sua apparizione in Italia fin verso la metà del secolo xiii, ponendosi in lotta
colle tradizioni romaniche. In mezzo al contrasto di queste due scuole, l'una vecchia e cadente
legata sempre più o meno alle reminiscenze classiche, l'altra giovane e vigorosa rappresentante
l'evoluzione nordica e l'emancipazione dalle consuetudini antiche, Arnolfo, fattosi campione delle
idee nuove e guardando al settentrione, fu in Firenze Tinstauratore e l'antesignano del nuovo
stile. E questo non lo dico io solamente, ma l'hanno detto il Selvatico e il Boito, l'ha ripetuto
il De Fabris e lo conferma oggi lo stesso Fumi.1 Intorno alle particolarità di questo suo stile
nuovo tornerò fra non molto; mi basta ora constatare il fatto indiscutibile, che Arnolfo fu il
primo architetto laico2 della scuola ogivale fiorentina. E allora, se così è, come si può attribuire
ad esso il disegno di quella basilica romanica intus et in cute che rappresenta il disegno origi-

1 Fumi, op. cit., parte I, p. 13.

2 Ho detto il primo architetto laico, inquantochè le
scuole monastiche avevano già introdotto in Italia e così
anche in Firenze lo stile ogivale, però sotto forma al-
quanto diversa, ed è quella che si vede anche oggi nelle
loro chiese conventuali. Gli scrittori d'arte francesi, da
Victor Hugo in poi, dicono che l'architettura romanica
è 1' architettura del Papato e della immutabilità, e che
quella ogivale è l'architettura del popolo e della libertà.

Archivio storico dell' Arte - Anno IV, Fase. V.

Questo sarà verissimo presso di loro, ma fra noi all'op-
posto quasi tutte le grandi cattedrali e chiese romaniche,
per quanto se ne sappia, sono opere di maestri laici, e
i primi a introdurre e diffondere in Italia lo stile ogi-
vale sono i frati predicatori e mendicanti. Tanto è vero
ciò che, per esempio, a Firenze, durante la costruzione
del duomo, allorquando e' era bisogno di consultarsi,
si convocavano sempre i Consigli di frati e maestri.

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