Archivio storico dell'arte — 4.1891

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A. NARDINI DESPOTTI MOSPIGNOTTI

anche prima, che avesse anch'egli lavorato in quei pilastri dal 1310 al 1321, od anche dal 1330
al 1337 (perchè dopo la morte del Maitani i documenti tornano a scarseggiare) e che per la
dispersione dei documenti stessi e per le lacune lasciate dal Yasari nella vita di lui, non sia
giunta a noi la notizia dei lavori fatti da esso in quel duomo.

Dopo questa breve digressione tornando adesso alla questione architettonica, quelle due
vecchie pergamene, que' due antichi e preziosi disegni originali che il Fumi con gran benefizio
degli studiosi ha pubblicato, non potendo essere di Arnolfo, nò di altri anteriori a Lorenzo nostro,
sono dunque opera del Maitani stesso. In questi due disegni c'è Lorenzo che studia e che
s'industria a comporre e perfezionare la facciata bellissima del suo duomo. Studiamoli dunque
anche noi, anche noi analizziamoli, chè forse così ci verrà fatto di cogliere e seguire il pensiero
di lui nelle successive evoluzioni che l'hanno condotto alla invenzione della tricuspide.

Si era sull'albeggiare del secolo xiv e l'architettura ogivale fioriva oltremonte nella pienezza
del suo vigore. In Italia invece l'ogivalismo nordico non avea fatto gran strada, e l'architettura
chiesastica seguiva uno stile che potrebbe chiamarsi di transizione. Nell'interno delle chiese la
evoluzione architettonica s'era operata sulla basilica lombarda a volta, la quale, secondochè dissi
in altro scritto, 1 deve considerarsi come Varchetipo protogivale, epperciò presentava un tal certo
parentado coll'ogivalismo oltramontano; ma nella decorazione esterna, ed in ispecie in quella
delle facciate, non s'era fatto altro che sostituire, e non sempre, l'arco acuto al rotondo, e così
nella sua sostanza cotesta decorazione rimaneva sempre romanica. Varie sono le cause di questi
effetti ; le accennai altra volta, 2 e troppo lungo sarebbe adesso il riandarle ; ma prendendo le
cose come sono, sta in fatto, che allorquando il Maitani nel 1310 poneva mano alla facciata del
duomo d'Orvieto, in Italia non vi era ancora cattedrale o chiesa di qualche importanza che
presentasse una facciata di vero e proprio stile ogivale. Dirò anzi di più : facciate di vero e
proprio stile ogivale nò vi erano allora in Italia, nè vi furono poi. Imperocché le sole grandi
cattedrali e chiese di stile ogivale che s'inalzarono allora e dopo fra noi, voglio dire i duomi
di Firenze e di Milano, il San Petronio di Bologna e la Certosa di Pavia, non ebbero le loro fac-
ciate che al tempo moderno, e il San Petronio ancora l'aspetta. Lorenzo del Maitano, il quale,
invidiando forse le condizioni fiorenti dell'arte oltramontana, s'era proposto di emularla e dare
all' Italia una vera e propria facciata ogivale, per riuscire in questo suo intento bisognava
dunque si proponesse un problema del tutto nuovo e ne affrontasse la soluzione.

E qui mi giova trascrivere quello che dissi altra volta su questo argomento.

« Nell'architettura etnisca, greca e romana la forma del tempio è così primitiva ed elemen-
tare, che in esso viene di conseguenza l'accordo completo, dirò anzi il combaciamento esatto con
la sua fronte. Non così nell'architettura cristiana. Il Cristianesimo, adottando per l'edifizio sacro
la forma più artificiosa della basilica, turba quest'armonia naturale. La basilica, con la sua forma
più complicata, con le sue 3 o 5 navi, nelle quali quelle da lato hanno, secondo i casi, rapporti
svariatissimi di larghezza e d'altezza con quella mediana, raro è che possa far capo ad una
fronte la quale si attagli precisamente all'ossatura della chiesa; perchè non è facile che i rap-
porti di proporzione fra le diverse navi, imposti dalle varie necessità dei casi, approdino ad un
contorno tale che costituisca una sagoma abbastanza elegante per la facciata. Così avviene spesso,
tanto nel periodo cristiano primitivo che in quello romanico, d'imbattersi a facciate che non
corrispondono esatte alla loro chiesa, e che la sopravanzano alquanto. Succeduto allo stile romanico
il sistema ogivale, che ha per carattere principalissimo il verticalismo ed il moto ascendente, il
disaccordo tra la facciata e la chiesa si va sempre più pronunziando, e la chiesa si chiarisce
addirittura e in ogni caso troppo bassa per la facciata; la quale, in obbedienza all'indole della
sua architettura, necessariamente e sempre la sopravanza. Questo conflitto è grave; perchè se
quel sopravanzo è una necessità dal lato estetico, dal lato logico è un difetto ; ma siccome il

1 Del duomo di Milano e della sua nuova facciata, 2 Ivi.

Milano, 1889.
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