Archivio storico dell'arte — 4.1891

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bello è l'obietto principalissimo dell'arte, così bisognava che esso trionfasse sulla logica, ed ha
trionfato ». 1

Ecco dunque che Lorenzo nostro, nell'accingersi all'opera della sua facciata, si trova di fronte
a questo stato di cose che ho detto. Egli sa che l'ossatura muraria delle nostre chiese non si presta
a dare al contorno di questa facciata la dovuta eleganza; sa che l'arte locale non gli fornisce
gli elementi al bisogno, e eh' è necessità cercarne altrove i correttivi estetici ; e sa finalmente
che l'arte oltramontana è giunta a creare in questo genere opere grandiose e bellissime. Bisogna
dunque attingere alla fonte nordica, non ricopiandola grettamente nei concetti e nelle forme, sì
piuttosto inspirandosi all'indole sua ed a'suoi caratteri fondamentali, che sono l'organismo ver-
ticale ed il moto ascendente delle linee. Per conseguenza, messo fuori di scena il vecchio contorno
basilicale, egli per prima cosa all'antico fastigio della nave mediana sostituisce il frontone cuspi-
dato, le pignon oramai comune a tutte le chiese oltramontane. E ben vero che questa cuspide
centrale da noi non corrisponde all'inclinazione del tetto retrostante, come fra i nordici; ma
d'altronde come obbedire senza di essa alle esigenze del verticalismo ogivale? Si accetti dunque
la cuspide mediana, se non come una conseguenza statica, come una necessità estetica, come
una concessione fatta all'esigenze del nuovo stile. Ma la difficoltà maggiore non istà qui; sta
invece nella terminazione delle navi minori. Ecco la gran questione ; imperocché le chiese ita-
liane non hanno nelle facciate, come le nordiche, quelle due torri che tanto aiutano l'organismo
verticale ed il moto ascendente delle linee, nò quegli sproni ad arco volante che prestano alle
facciate un contorno mosso e leggiero. Hanno invece quelle mezze pendenze dei tetti laterali,
troppo accasciate, troppo fredde per un prospetto ogivale ; queste linee inclinate non fanno al
caso, e bisogna per conseguenza ripudiarle. Dunque sulle navi minori non torri nò linee verticali,
non mezzi frontoni nè linee inclinate.... E allora che cosa? Non restano che le linee orizzontali,
le terminazioni in piano ; e Lorenzo infatti termina in piano le sue navi minori, e la sua facciata
assume così un aspetto monocuspidale, com' è quello appunto dato dal primo dei vecchi disegni.
Ma non per questo egli ne è contento. Quelle terminazioni in piano con la loro quiete contra-
stano troppo alle tendenze salienti dell'ogivalismo ed al moto cuspidale del finimento mediano,
ed oltre a ciò il passaggio dalle ali al corpo centrale si fa per esse in modo troppo duro e
improvviso. Quelle terminazioni orizzontali bisogna dunque attenuarle quanto più si può, bisogna
ridurle alla loro minima espressione; ed egli infatti le attenua e le riduce, ingrossando straor-
dinariamente i quattro pilastri della facciata, affinchè così le navi minori vengano a ridursi strette
quanto mai è possibile. Ma neanche questo appaga del tutto il senso estetico del nostro Lorenzo.
A questo modo le linee orizzontali egli le ha raccorciate ; ma tuttavia, per piccole che siano, vi
sono sempre, e fra lo stile e le linee v'è sempre un'antitesi. Oh se quelle linee si potessero
rompere, frastagliare!... E perchè no? Basterebbe osare; ed egli osa. Con un pensiero arditissimo
egli confonde insieme in un medesimo strombo le porte e le finestre delle navi minori, e spinge
tant'alto la cuspide ad esse sovrapposta, che col suo vertice e con la statua che vi pone su in
alto essa sfonda il finale rettilineo delle navi stesse, tanto che non par quasi più rettilineo, e
acquista movenza e perde durezza, e con quelle sue frastagliature s'avvicina e si connubia tanto
meglio al corpo della nave mediana. Per questo modo allora e pei pinacoli dei quattro grandi
pilastri tutta la linea terminale della facciata assume un' omogeneità, una movenza e uno slancio,
che ben s'addicono all'indole dell'architettura ch'egli ha prescelto.

Ma non sì tosto Lorenzo nostro ha gettato giù questo suo primo disegno, eh'è già spaven-
tato della sua audacia e pentito dell'opera propria. Lo spaventano quelle porte minori strette,
lunghe, allampanate, fantasimali, con quegli sguanci ripidi e meschini, cacciate là come una
bietta in mezzo a quei pilastroni larghi spietati; e lo spaventano sopratutto quelle loro cuspidi
tremende, stranamente, terribilmente aguzze, nemiche al genio dell'arte nostra e molto più nor-
diche di quelle stesse del Nord; imperocché i settentrionali neanch'essi usano ancora coteste



'Ivi, parte III, pp. 128-29.

Archivio storico dell' Arte - Anno IY, Fase. V. ^
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