Archivio storico dell'arte — 4.1891

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LORENZO DEL MATTANO E LA FACCIATA DEL DUOMO D'ORVIETO 347

pensiero di lui.1 Ma il Selvatico fondava principalmente questa pretesa antichità di un'era tricu-
spidale italiana sopra due supposti erronei. Egli credeva che la tricuspide senese fosse più antica
di quella orvietana e fosse opera di Giovanni da Pisa, laddove fino dal 1871 io dimostrai che
Giovanni imbastiva la facciata del duomo di Siena con tutt'altri intendimenti che quelli tricu-
spidali, e che la tricuspide vi fu aggiunta più tardi, in seguito ad un rimpasto deliberatosi nel-
l'anno 1377. 2 Errava parimenti il Selvatico nel supporre che quel centone architettonico ritratto
sulle pareti del capitolo di Santa Maria Novella, e falsamente attribuito a Simone da Siena,
centone rappresentante una chiesa fantastica che arieggia in parte Santa Maria del Fiore, e che
lascia trasparire qualche cosa che somiglia a una tricuspide, rappresenti davvero, come storta-
mente ha spacciato il Vasari, il modello del duomo di Firenze immaginato da Arnolfo. L'er-
roneità di questa supposizione io già la dimostrai nel lavoro anzidetto, 3 e ora, dopo le cose
esposte pocanzi, apparisce più manifesta che mai.

Ma se tutto questo non bastasse a provare che la tricuspide non è passata mai per la mente
d'Arnolfo e ch'egli ne ignorava affatto l'esistenza, noi abbiamo là il duomo di Santa Maria del
Fiore, o, per dir meglio, quella parte del duomo edificata da lui stesso, la quale, come tutti
sanno, ò appunto la facciata nella sua regione inferiore. Una facciata tricuspidale non può stare
senza i quattro grandi pilastri interposti alle cuspidi. Or bene, la facciata arnolfìana, come ap-
pariva dalla sua ossatura muraria che fino a questi ultimi anni era a tutti visibile, e come
apparisce tuttora ritratta nella pittura ch'è nell'Uffizio del Bigallo e nella lunetta del chiostro
di Santa Croce, non aveva affatto cotesti pilastri, epperciò non era nò poteva essere tricuspidale. 4
Aveva forse sugli angoli una meschina lesèna, ma nel centro neanche questa ; e se nel suo rima-
neggiamento posteriore al 1357, tramandatoci dal Poccetti nella lunetta del chiostro di San Marco,
vi è qualche indizio di pilastri, essi però sono trattati a guisa di arnese decorativo e posticcio
e composti d'esili tabernacoletti vuoti e affastellati 1' uno all'altro, epperciò assolutamente incom-
patibili all'indole, alle funzioni ed alla robustezza del pilone tricuspidale. Ho voluto dire queste
cose per mettere in sodo come Arnolfo fosse estraneo del tutto alla questione della tricuspide,
come nessuna tricuspide esistesse prima del Maitani e come questi ne sia perciò l'inventore.

L'esame istituito pocanzi sopra i due vecchi disegni del nostro Lorenzo ci ha fatto assi-
stere, per così dire, alla genesi tricuspidale. Ma quei disegni c'insegnano altre più cose. Essi ci
confermano quello che d'altronde già sapevamo, che cioè il Maitani per la sua facciata attinse
alle scuole nordiche, non già coli'intendimento di accettarne e di trapiantarne fra noi le regole
e le forme, e di fare una ricopia servile delle chiese oltramontane, sì veramente d'ispirarsi al
genio dell'ogivalismo nordico, fondato in principal modo sull'organismo delle linee e sul loro moto
ascendente. Infatti non v'è facciata di chiesa oltramontana che sia tricuspidale o monocuspidale
al modo ideato da Lorenzo, e non sono foggiati alla nordica gli elementi fondamentali della
sua composizione. I contrafforti, elemento principalissimo delle chiese settentrionali, qui non
vi sono, e vengono sostituiti dai pilastri. I contrafforti nordici non sono in sostanza che una massa
murale a riseghe innestata perpendicolarmente alle pareti delle chiese, ed in queste età special-
mente, salvo i pinacoli finali che li sormontano, sono lisci del tutto. Nei disegni di Lorenzo

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1 E stato dimostrato dal Guasti che Arnolfo moriva
noi primi giorni del marzo 1300 (stile fiorentino), e
così questa volta ha avuto ragione il Vasari.

-Il sistema tricuspidale, appendice I, pp. 134-138.

3 Ivi, appendice II, pp. 141-152.

4 Si dirà forse che l'argomento non regge, perchè
senza pilastri non possono farsi neanche le facciate di
genere basilicale; ma non è vero, perchè si hanno, e
in gran numero, facciate basilicali che non presentano
pilastri di sorta; e informino, nel periodo romanico, tutte

quelle delle chiese di stile pisano-lucchese, non che a
Firenze il San Miniato e i Santi Apostoli, e la pieve
d'Empoli e il duomo di Fiesole e tante altre. Nel pe-
riodo ogivale poi e nella stessa Firenze si può dir quasi
che anzi fosse regola di far le facciate basilicali senza
pilastri, se si osservano quelle di San Remigio, di Santa
Maria Maggiore, di Santa Croce, di Santa Trinità e di
Santa Maria Novella, che sono appunto quanto ci rimane
del periodo suddetto.
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