Archivio storico dell'arte — 4.1891

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CRONACA

ARTISTICA CONTEMPORANEA

Il giorno 4 ottobre moriva a Ligornetto, borgo del
Cantori Ticino, Vincenzo Yela, il decano della scultura
italiana. Egli era nato appunto in Ligornetto, sessan-
tanove anni or sono, da poveri contadini, i quali lo
mandarono, non ancora dodicenne, nelle cave di Besazio
a fare lo scalpellino. Da lì non tardò a cogliere l'oc-
casione di trasferirsi a Milano, dove poco dopo lo tro-
viamo a scalpellare per un marmista del Duomo, un
tal Franzi. Un fratello di costui, decoratore, accortosi
che il fanciullo possedeva attitudini non comuni, ottenne
che gli si lasciassero libere due ore al giorno perchè
potesse studiare il disegno nell'Accademia di Brera. Più
tardi lo stesso decoratore allogò il giovanetto nello stu-
dio dello scultore Benedetto Cacciatori, che godeva al-
lora molta fama.

In quel torno un professore di Brera, il Sabatelli,
disse il noto bisticcio: « Yela spiegherà vela ». E in-
fatti il figlio dei contadini di Ligornetto non solo co-
minciava a porgere efficace ajuto al Cacciatori nella
lavorazione dei marmi, ma, limandosi le ore del sonno,
s'industriava di notte a modellare lampade e candelieri
che, venduti a gli orefici, gli procuravano da vivere
assai modestamente.

Così tirò avanti fin quando, dopo aver vinto un primo
concorso a Brera, con un bassorilievo che aveva per
tema : lì ritorno di Ulisse in Itaca, si avventurò a pro-
varsi nella gara bandita fra le varie Accademie del
regno Lombardo-Veneto, da giudicarsi in Venezia. Il
soggetto era : Cristo che risuscita la figlia di Jair. Il
Vela guadagnò il premio, cioè una medaglia d'oro e
sessanta zecchini per recarsi in Roma.

Ebbe appena il tempo di scolpire La preghiera per
il duca Giulio Litta, a Milano, e credo si trovasse in
Roma da poco più di un mese, quando scoppiò la guerra
del Sonderbund nella Svizzera, ed egli, interrompendo i
suoi primi entusiasmi per i monumenti dell'Urbe, ac-
corse dove lo chiamava il sentimento della patria, in
lui vivissimo sempre.

Quantunque avesse appena diciotto anni, e quel po'
Archivio storico dell'Arte - Anno IV, Fase. V,

di nome acquistatosi e la protezione del pittore Hayez
gli promettessero non comune fortuna, terminata o me-
glio soffocata la guerra svizzera, si arruolò nei batta-
glioni lombardi. Col fucile o con la stecca, negli avve-
nimenti della patria o nell'evoluzione dell'arte, troviamo
in Vincenzo Vela un carattere costante, il carattere
della libertà. Per questo la sua prima grande opera,
Spartaco, è una potente espressione di libertà, non solo
per il soggetto, che sarebbe poco, ma più assai per
l'indole del lavoro, fiera, indipendente, tale da romperla
con le tradizioni accademiche allora assai imperiose,
come il giovane scultore l'aveva già rotta col giogo
straniero invano scosso qualche anno innanzi, nel 1848.
Lo Spartaco fu acquistato dal duca Litta.

Allora, per domarlo, i pretoriani austriaci gli offer-
sero un posto all'accademia di Brera, mostrando così
di voler dimenticare che il Vela aveva combattuto con-
tro di essi a Somma Campagna. Lo scultore patriota ri-
fiutò e, per conseguenza, si vide costretto a ritirarsi
nel borgo nativo, dove, ad affermare più che mai i suoi
sentimenti d'italianità, cominciò a modellare la statua
del carabiniere Francesco Carloni, ucciso appunto a
Somma Campagna dal piombo austriaco. E quasi ciò
non bastasse, quando nel 1852 gli venne offerta la cat-
tedra nell' accademia Albertina di Torino, egli aveva
compiuto un' altra statua a glorificazione dell' indipen-
denza, la statua di Guglielmo Teli, eretta poi in Lugano.
In Lugano è pure la figura della Desolazione, che Gia-
como Ciani commise al Vela per collocarla sul proprio
monumento funebre in un giardino. A questo proposito
si dice che il Vela, non sapendosi appagare dell'espres-
sione da lui data a quella figura modellandola, ricorse
ad uno espediente curioso e drammatico. Egli era in
procinto d'ammogliarsi. Va dalla sposa a Milano e grida
alla poverina che il matrimonio non era possibile or-
mai, per ragioni che era costretto a tacere. La giovane
udendo l'addio disperato e vedendo che proprio il suo
sposo già fuggiva da lei col più tragico aspetto che
dir si possa, ruppe in pianto dirotto. Subito il Vela si

io
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