Archivio storico dell'arte — 4.1891

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E. RIDOLFI

bello possedere un tal tesoro, l'opinione del Puccini essere invalsa e fiorire tuttavia nella fede
dei più.

Egli credeva che 'per le vicissitudini a cui sono soggette le cose mortali, fosse perito o andato
lungi dall'Italia il vero ritratto della Fornarina recato a Firenze (quello cioè che vedevasi in
casa Botti), e giudicava non essere ritratti di lei nè il Barberiniano, nè quello della Tribuna,
non corrispondendo, a suo avviso, nessuno dei due alla bellezza, all'eleganza, all'espressione di
quei ritratti che Raffaello lasciò della donna amata, negli affreschi àe\V Eliodoro e del Parnaso,
e nella tavola della Trasfigurazione. Della Fornarina dei Barberini opinava che la segnatura che
porta non sia documento sufficiente ad accertarla di lui: « perchè quella scrittura — diceva — di
Raffaello non ò, ed altri potè farla ».

In quanto al ritratto della Tribuna, scriveva il Missirini, non senza fondamento essere
stato da alcuni attribuito a Griorgione, « avvegnaché il colorito suo è del più sublime colore vene-
ziano » ; ma a lui sembrava però di una forza e di una fierezza anche maggiore di quella del
Barbarelli, e negli occhi di un disegno e di una magia meravigliosa, con un finito proprio dei
valentissimi della scuola romana. Cosicché avventurava la congettura che quel ritratto potesse
rappresentare Vittoria Colonna, disegnata da Michelangelo e colorita da Sebastiano del Piombo.
Preludendo con l'ultima parte del suo supposto all'opinione di molti moderni critici, che ritengono
assolutamente opera di Sebastiano l'insigne dipinto.1

Anche il canonico Moreni pubblicava nel 1828 le sue riflessioni critiche intorno alla lettera
del Puccini, dando alle stampe la descrizione di un viaggio per l'alta Italia del granduca Co-
simo III de' Medici. 2

Lodava egli gli argomenti coi quali il Puccini intese a dimostrare essere il ritratto della
Tribuna opera di Raffaello, dicendo che ormai era ciò confermato da un giudizio così generale
dei professori e conoscitori d'arte italiani e stranieri « che chi vi si opponesse mostrerebbe che
la natura gli ha negato il senso del bello, o che almeno è imperito delle diverse maniere ». Ma di-
chiarava esser totalmente falso che quel ritratto fosse donato da Matteo Botti al granduca Cosimo I,

elettore palatino, quel dipinto, come dono di nozze pas-
sasse nella Galleria di Dusseldorf, e di là nella Pinaco-
teca di Monaco.

E per dono passò in altre Pinacoteche la Santa Cate-
rina della Ruota. Nel 1635 quel quadro stava nella
Tribuna, e pendeva incerto se fosse di Leonardo o di
Raffaello, venendo notato nell'inventario come appresso,
al n. 214: « Un quadro con adornamento d'ebano, alto
li. 1 1/6 e largo B. 1 incirca, entrovi dipinto su l'asse
una santa Caterina della Ruota, di mano di Raffaello
da Urbino o di Leonardo da Yinci ». E nella Tri-
buna era tuttavia il 1650, nel quale anno a dì 12 aprile
il granduca Ferdinando II mandò per esso, come si ha
dal Giornaletto citato, p. 14: « A dì detto (12 aprile 1650)
S. A; R. ha mandato per uno quadro con l'ornamento di
ebano alto B. 1 1/e largo B. 1 incirca, drentovi dipinta
una S.a Caterina del ruote di mano di Lionardo da Yinci,
e detto quadro a campanella e fogliami di argento, con-
segnato in camera al sig. Ferdinando Donini ».

E nel giorno stesso ne fu fatto dono al duca di
Modena; lo che viene attestato da una nota all'inven-
tario della guardaroba del serenissimo granduca Fer-
dinando, cominciato il 17 settembre del 1640. (Archi-
vio de'Pitti, Ms. n. 585). Ivi all'anno 1650, c. 396,
è notato col n. 358: « Un quadro in tavola dipintovi
S. Caterina delle Ruote di mano di Raffaello d'Urbino,

o vero di Leonardo da Yinci, alto B. 1 1/6, largo B. 1
con ornamento d'ebano, da Giovanni Bianchi custode
della Galleria ne' 12 aprile, quad0 B. 1/2 ... 105 »; di
fronte sta scritta la descrizione medesima, e quindi si
legge: Donato al Duca di Modana come al qucid0 B. 1/2
ne' 12 aprile.

Non fu possibile ritrovare il quaderno indicato, ma
sull'inventario stesso leggendosi al n. 357 di un quadro
del Correggio proveniente dal serenissimo duca di Mo-
dena, e di altro al n. 361 attribuito all'autore stesso
e avente la stessa provenienza, è certo che il quadro
di Santa Caterina, ed altro segnato col n. 359, furono
donati in ricambio. E l'altro quadro donato è così de-
scritto: « 359. Un quadro in tela dipintovi la Madonna
a sedere con N.° Sig.re in braccio e S. Gio. con ornam.Q
di noce a frontespizio, intagliato e dorato in parte, alto
B. 3 1/8, largo B. 2 1/8, che viene da Raffaello, copiato da
Andrea del Sarto. Da Biagio Marmi Guardaroba del Pa-
lazzo de' Pitti ne' 12 aprile, B. 1/2 ». Di fronte si legge
la descrizione medesima e quindi: donato come sopra.

1 Missirini Melchiorre, Lettera al signor Renato Ar-
rigoni, I. R. segretario di Governo in Venezia. Yedi
in Longhena, p. 657 e segg.

2 Viaggio per Volta Balia del serenissimo principe
di Toscana, poi Cosimo III granduca, descritto da Fi-
lippo Pizzichi, Firenze, 1828, p. 321.
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