Archivio storico dell'arte — 4.1891

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DI ALCUNI RITRATTI DELLE GALLERIE FIORENTINE

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e favoloso racconto le notizie date dal Galluzzi al Puccini, mercè le quali questi, fidando nella lealtà
dell'amico; aveva creduto provare che il ritratto della R. Galleria era quello stesso che il Yasari
già vide e descrisse in casa del Botti.

Diceva il Moreni, come per testimonianza di Francesco Bocchi quel dipinto nel 1591, e così
diciassette anni dopo la morte di Cosimo, in luogo di essere nella R. Galleria fosse tuttora in casa
dei Botti; e che se il dotto e diligente Cinelli, il quale nel 1677 pubblicava di nuovo Le bellezze di
Firenze con abbondanti aggiunte, e notando i cangiamenti avvenuti, aveva ripetuto quanto di quel
quadro scrisse il Bocchi a suo tempo senza nulla variare, era segno evidente che il dipinto non
aveva cangiato nè luogo nè possessori. Che infatti il Cinelli stesso non ne faceva alcun cenno nella
descrizione della Tribuna della R. Galleria, ove erano i quadri più sublimi, e massime quelli di
Raffaello, e nella quale si sarebbe immancabilmente trovato il ritratto del Botti, se fosse passato in
possesso di Cosimo I.

Concludeva, credere egli asseverantemente che non fosse mai esistito il legato fatto al granduca
Cosimo dal Botti, ed esser quello stato inventato dal Gali uzzi per servire o per uccellare l'amico, del
che non sarebbe a stupirsi, avendosi non rare riprove della non scrupolosa fedeltà dell' inventore di
tal sogno in cose di maggior rilievo.

Il Moreni osservava poi esser tale la differenza di fisonomia fra il ritratto detto la Fornarina
in Firenze e quello posseduto dai Barberini in Roma, da non permettere di ritenerli ambedue
ritratti della persona stessa; ed univasi pertanto al parere di Angiolo Comolli, che il ritratto
posseduto un tempo dai Botti potesse esser quello che or vedesi nella Galleria Barberini.

A questa sentenza si accostava pure il traduttore e annotatore dell'opera del Quatremère,
Francesco Longhena, il quale raccolse con molta cura, neW Appendice al volume italiano, quanto
più gli fu possibile di notizie e pareri intorno ai vari ritratti creduti della Fornarina; non per
pronunciare (com'egli diceva) un giudizio definitivo sull'agitata questione del vero ritratto, ma
col fine di facilitare agli studiosi lo scoprimento della verità. 1

Ma con l'opera del Passavant aveva principio una nuova e numerosissima serie di studi e di
monografie intorno a Raffaello, in cui la critica moderna si affaticò, con finezza e perseveranza
di indagini, a correggere gli errori degli storici precedenti, ed a chiarire quanto fosse possibile
i periodi della vita del grande artista circondati tuttavia dal buio o dall'incertezza; e le opere
di lui furono esaminate e studiate sotto ogni aspetto, e tuttavia si continua in tale lavoro con
lodevolissimo sforzo. Nè è da pensare che la questione del vero ritratto dell'amica sua non fosse
da molti presa in esame, ma anche i critici moderni non giunsero ad una concordia di giudizio,
e la questione rimase fin qui irresoluta.

Riassumeremo pertanto alcune delle varie opinioni, giacché troppo lungo sarebbe il riferire
il parere di tutti coloro che ne trattarono, e vedremo in appresso se il frutto delle nostre proprie
ricerche conduca, come a noi pare, ad un risultamento definitivo.

Opinava il Passavant, che il ritratto della Tribuna ben rammentasse pel suo colorito caldo
e forte le opere di Giorgione, cui fu altra volta attribuito, sebbene la data 1512 che si legge in
esso renda quell'attribuzione impossibile, per essere il Barbarelli morto nel 1511. Ma « meno
ragionevole (a senso suo) fu il crederlo di Sebastiano del Piombo, che aveva altra maniera e
tutt'altro colorito ».

Egli riteneva pertanto che quel ritratto fosse veramente opera di Raffaello, notevole per una
grazia, soavità e perfezione, cui non arrivarono altri maestri; opera già designata come del
Sanzio nell'inventario del 1589, ma disgraziatamente tacendo chi fosse la donna in quello raf-
figurata.

Ed osservava il Passavant, che l'opinione del Puccini che rappresentasse la Fornarina e
fosse il ritratto medesimo posseduto dal Botti, rimaneva distrutta dal fatto, che, per testimonianza
del Cinelli, quel dipinto era tuttavia in casa ds' Botti nel 1677.

1 Storia della vita e delle opere di Raffaello Sanzio per cura di F. Longhena, Milano, Sonzogno, 1829,
del signor Quatremère de Quincy, volgata in italiano p. 651-668.
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