Archivio storico dell'arte — 4.1891

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quale, come nota il De Rossi, ha subito una variazione
e fu in parte mutilata al tempo del restauro avvenuto
col rifacimento della chiesa nel 1615, sì che per sicuri
documenti essa doveva invece leggersi in tal modo :
CONTINET IN GREMIO CELYM TERRAMQYE RE-
GENTEM SANCTA DEI GENITRIX PROCERES CO-

MITANTVR ERILEM.

Si credette dapprima che il mosaico fosse stato ese-
guito nel ix secolo; ma provò con giuste considerazioni
il De Rossi che ad esso deve ascriversi il secolo xn, e
più determinatamente Tanno 1161 in cui Alessandro III
consacrò la chiesa ed avvenne la dotazione da parte di
Cencio Frangipane.

Ne considerando lo stile del disegno e la tecnica
del mosaico si può rimanere incerti ad accogliere le
conclusioni del chiarissimo De Rossi. Come nelle minia-
ture ed in generale nelle pitture di quel tempo o d'un
secolo tutto al più anteriormente, non troviamo ormai
neppur qui la semplicità rude quale osservasi ne1 mosaici
e nelle pitture del nono secolo: riscontrasi invece mag-
gior secchezza di contorni e tritume di pieghe, mentre
per mezzo di linee parallele, come appunto nelle mi-
niature, è segnato con tinte intermedie il passaggio tra
il chiaro e lo scuro, senza nessuna larghezza di piani,
senza arrivare ad una giusta modellazione dell'insieme.
Le tessere non sono più tutte di una stessa dimen-
sione, ma più piccole nelle carni, un po' maggiori nelle
vesti, più grandi ne' fondi d'oro: il taglio di esse è più
accurato che non nel secolo ix, in cui non si badava
se anche la loro forma non fosse del 'tutto quadran-
golare, e non avesse aguzzi gli spigoli. Nel secolo xn
si ritorna per la tecnica ad imitare l'antico, ed anche
nella disposizione delle tessere non si procede a ca-
saccio, ma esse sono girate a seconda delle linee dei
contorni e dei chiaroscuri, ed unite strettamente l'una
coli' altra. Così la superficie del mosaico non presenta
scabrosità, ma si fa più liscia e piana, a danno, io credo,

dell'effetto, pe' troppo vivi e taglienti riflessi che ne
avvengono quando vi batte la luce.

Tali caratteri con maggiore o minor perfezione svi-
luppati ci presentano tutti i mosaici del secolo xii, sì
a Roma come in Sicilia ed a Venezia.

Prima del rifacimento della chiesa, cui abbiamo
accennato, il mosaico copriva eziandio la parete e la
fronte dell' arco (Cfr. il Ciampini, Vet. monum., tomo II,
p.' 164) e vi si leggeva questa iscrizione in versi
leonini: Gloria Sca Crucis fìt nobis semita lucis Quam
qui portavit nos XPS ad astra levavit.

La composizione a cui alludevano i versi era quasi
simile a quella che trovasi espressa nel mosaico di
Santa Maria in Trastevere eseguito nel 1140 e, pur
troppo, nel nostro secolo barbaramente restaurato. Forse
sotto i nuovi intonachi dipinti e dorati potrebbe tro-
varsi anche questa parte dell'antico mosaico, come poco
tempo fa si scoprì gran parte delle belle pitture del
secolo xi nel restauro della chiesa di Santa Maria in
Cosmedin, a cui attende con ottimi risultati l'Associa-
zione artistica fra i cultori d'architettura residente a
Roma.

11 mosaico era in pessimo stato di conservazione;
varie fenditure lo solcavano qua e là; quasi dovunque
n'era sollevato l'intonaco; in molte parti mancavano
le tessere; financo nelle teste erano state malamente
poste grosse grappe di rame, o pessime impiastriccia-
ture di stucco che lo deturpavano.

Il mosaicista Scipione Cherubini impiegò tutta la
sua abilità e diligenza per fermare gli intonachi ca-
denti, per togliere le grappe e gli imbratti, sostituendo
stucco con molta arte colorito alle lacune del mo-
saico, senza togliere nessuna tessera antica, senza impie-
garne di nuove, rispettoso quanto mai dell'autenticità
del monumento.

N. B.
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