Archivio storico dell'arte — 5.1892

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GUSTAVO FRI/ZONE

néOI'Archivio veneto, voi. XXXVI, p. I e II, 1888, dice di lui: il famosissimo cónte Antonio ili
Torciglia era tanto benigno, zentile, virtuoso, amato sopra tutti che mai fosse conte di Por ciglia, */>/<-
ciahnente da zintiluomini. Aggiunge poi che era appassionato per la caccia ed ospitalissimo. Le
memorie genealogiche e storiche della famiglia Torcia, da me vedute, non ricordano che il conte
Antonio abbia sostenuto carichi pubblici nò di toga, nò di spada; ed io ritengo che la sua vita
sia decorsa ne' suoi castelli attendendo alle domestiche faccende, dopo di avere in gioventù bril-
lato nelle feste e negli esercizi cavallereschi.

Come si rileva dall'albero genealogico dei Torcia, il posto che vi occupa in ordine di tempo
il conte Antonio, nonché i termini speciali con cui viene qualificato il perfetto gentiluomo, ben
corrispondono all'aspetto dell' individuo rappresentato nel dipinto ora appartenente alla Pinacoteca
di Brera. S'egli vi apparisce, come si vede, un uomo sul fior degli anni, cioè, verosimilmente,
d'intorno alla trentina, e la sua nascita va posta circa il 1508, noi vediamo come il senatore
Morelli, senza essere al fatto di questi dati, s'era apposto al vero da buon conoscitore associan-
dolo cronologicamente a quello del duca d'Urbino, mercè la semplice osservazione della maniera
con cui è eseguito il dipinto, confrontato con altri del valente e ferace artista. Di certo, dunque,
non ci si scosta dal vero ritenendo che la sua origine va riportata all'ottavo lustro del secolo xvi;
quando Tiziano, già compiti i sessantanni, vegeto sempre e vigoroso, era altamente considerato
da principi e da sovrani, ed aveva da poco compito un capolavoro quale la pala di San Pietro
Martire, attendeva ai ritratti dei dodici Cesari pel duca di Mantova, a quello del cardinal Bembo,
ad una Annunciazione, di cui ebbe a far dono all' imperatrice Isabella, che lo ricambiò con un
regalo di duemila scudi, e già doveva essere sollecitato a por mano ad altre opere di sommo
pregio, come il ritratto del cardinal di Lorena, il quadro dell'Allocuzione pel marchese d'Avalos,
quello dell' Angelo con Tobia per la chiesa di San Marcivano in Venezia, i ritratti del doge
Agostino Landò, del gran Solimano, e cosi via.

Poche parole ci rimangono da dire circa la felice trasformazione verificatasi nella tela con-
tenente il ritratto di casa Porcìa, da che la duchessa Litta, prima di cederlo alla Pinacoteca,
ebbe a confidarlo pel suo ripristino al ristauratore cav. Luigi Cavenaghi. Gravi pur troppo e
misteriose erano le manomissioni che aveva subito per replicati cosi detti ristauri di antica data.
Ingrandita arbitrariamente la tela, allo scopo evidente di rappresentare, per quanto in modo
goffo, tutta intera la mano sinistra che Tiziano aveva voluto dare solo parzialmente ; offuscato
tutto il quadro da opache vernici e, quel eh'è peggio, il fondo reso uniforme con una sola tinta
tenebrosa che ricopriva ogni cosa, compresa pure la finestra che si vede ora, mentre le lettere
componenti il nome di Tiziano erano pure grossolanamente ricalcate. Appena in mezzo a tante
alterazioni la nobile figura riesciva a farsi strada in modo da palesare la sua origine. All'atto
di una prima pulitura, condotta fin dall'esordio colla circospezione richiesta da tanta opera, si
videro comparire sul fondo, a destra di chi guarda, all'altezza della testa, uno stemma alquanto
confuso e alcune parole che si poterono decifrare pel nome del rappresentato, in latino, cioè
Ant. Comes a Porcìa. Se non che, il modo con cui erano segnate le lettere di codesto nome,
indicava di per sè ch'esse vi erano state apposte da mano estranea e assai posteriore a quella
dell'autore del dipinto originale. Xon potevano quindi avere altro valore per la storia del
quadro, se non che in esso per tradizione veniva ravvisata l'effigie di Antonio da Porcìa. Per
giungere alla scoperta dell'aspetto genuino del dipinto, conveniva che anche queste parole collo
stemma sparissero. Nè ebbe a suscitare davvero alcun compianto tale annullamento, poiché, con-
tinuando il ristauratore cautamente a sondare il fondo primitivo che stentava a ricomparire, ad
un tratto vide aprirsi uno spiraglio di luce appunto dalla parte dove stava l'iscrizione accen-
nata. Che era, che non era? Una breccia si era aperta in quella uniforme parete, e non tardò
a rivelarsi per una regolare apertura, la quale veniva a ristabilire nel dipinto l'equilibrio origi-
nale ; una finestra donde l'occhio era condotto a scoprire un vasto tratto di paesaggio e di cielo.
Per essa soltanto il quadro riacquistò il suo vero significato come artistica composizione ; la
parte essenziale della figura venne a trovare il suo giusto centro sulla parete retroposta, il pa-
rapetto colla mano che vi riposa il dovuto senso, ossia la sua ragion d'essere.
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