Archivio storico dell'arte — 5.1892

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IGINIO BENVENUTO SUPINO

Battistero, Camposanto e Campanile) e se qualcuno si prova a descrivercele, lo fa così incompleta-
mente da non recar gran lume a chi sia desideroso di aver notizie maggiori.

Il Sardo nella sua storia pisana (Cod. 491, classe 25, biblioteca Naz. Firenze, anno 1422), ha
nelle ultime pagine una descrizione abbastanza ampia, sempre relativamente s'intende, della nostra
chiesa maggiore : dopo averne descritto l'esterno prosegue dalla parte dentro della chiesa
che si ha, scrive, « i cinqua navi et posansi insù settantadue colonne grandissimi. ... Et da la
lunghezza dentro della porta di mezzo inaino all'altare maggior è tucta passi (146) e de larga passi
(53) della navi, et sì vi sono (40) altara che della (40) ve n'à tre principali. In una sia l'altare
maggiore cosa magna, l'altare della nunciata et di dallato destro, dall'altro sia l'altare della
incoronata e de dallato sinistro et il piano di detta chiesa sono marmi grandissimi insino al
coro, d'innanzi al choro sia uno chompasso quadro chon certi compassi di pietre fini di più colori
meravigliosi. Et di poi si vede uno choro dove stanno i chalonaci et preti et altri cherici che è
tutto di marmo intagliato e giù nel piano sia tutto di chompassi di porfido et pietre fini insino
all'altare maggiore e chosì tutto il piano intorno all'altare tre nobili cose. Et dallato al choro
si vede uno perbio d'intaglio tutto di marmi finissimi ed istoriato tucto ed è in su undici cho-
lonne di pietre fini e di più meraviglioso si ritrovi per tutto lo mondo ».

Non è molto, ma è pur sempre qualche cosa ; e al caso nostro poi serve abbastanza : è la
prima descrizione un po' estesa che si trovi del pulpito in questione, perchè altri si limitano ad
accennare che in Duomo erano due pergami da predicare, uno istoriato l'altro no.

In un'altra storia di Pisa, che dal suo principio va sino all'anno 1422, forse del Sardo,
sebbene ufi po' diversa da quella al Sardo stesso attribuita (Cod. 492, classe 25, biblioteca Naz.),
la descrizione del pergamo è un po'più chiara e precisa: « et dallato all'entrata del coro vi è
un pulbito grande d'intaglio tutto dì marmi fini, e istoriato tutto e insù undici colonne di pietre
fine; evvi certi marzocchi di intaglio di marmo che reggono insù le rene parte di dette colonne, et
più meraviglioso si trovi per tutto il mondo».

Il Vasari è il primo che ci descriva il monumento con precisione maggiore e ce lo dice di Gio-
vanni Pisano. « Nello di Ciò. Falcone (scrive nella Vita di Nicola e Gio. Pisano) gli diede a fare il
pergamo grande del Duomo che è a man ritta andando verso l'aitar maggiore appiccato al coro ; al
quale dato principio e a molte figure tonde alte braccia tre che a quello avevano a servire a poco a
poco lo condusse a quella forma che oggi si vede posato parte sopra le dette figure, parte sopra
alcune colonne sostenute da leoni e nelle sponde fece alcune storie della vita di Gesù Cristo . . . .»

Fu finita quest'opera l'anno 1320, come appare in certi versi che sono attorno al detto per-
gamo che dicono così :

Laudo deum veruni, per quem sunt optima rerum,
Qui dedii haa puras nomini formare figura» ;
Hoc opua hia annia Domini sculpsece Johannis
Arte manus aolo quondam, natique Nicole,
Ouraia undenis tercentum, milleque plenis.

con altri 13 versi i quali non si scrivono per meno esser noiosi a chi legge e perchè questi
bastano non solo a far fede che il detto pergamo è di mano di Giovanni, ma che gli uomini
di que' tempi erano in tutte le cose così fatti.

IL

E che Giovanni Pisano lavorasse a un pulpito grande per il Duomo apparisce anche dai
registri di entrata e uscita dell'Opera. Si sollevò, è vero, una polemica quando fu scoperta una
lapide, esistente nell'ultimo pilastro della facciata della chiesa, dal lato che guarda il Camposanto
e che dice :

+ SEPVLTVKA G1JILIELMI

MAGISTPJ QVI FECIT PERGVM SANCTE

MARIE ■
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