Archivio storico dell'arte — 5.1892

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AMBROGIO MAR AZZA

del Ferrari, affermando ciò non futile argomento in Gaudenzio, pittore sì autonomo, indipendente
ed originale nelle sue opere.

Di recente però il Frizzoni, in questo stesso periodico,1 trattando deWArte in Valsesia,
trovò il dipinto di cui parlo fiacco e sbiadito, e rigettando la cieca idea che potesse essere opera
giovanile del Ferrari, credè di poterlo aggiudicare a Bernardino Lanino.

Questa attribuzione davvero mi pare accettabile. Infatti, esaminando attentamente tale Cena-
colo, vi si scorgono assai bene le figure tipiche del Lanino, le forme sue caratteristiche, ed in
ispecial modo le mani più grosse e più tozze, del Ferrari, i capelli e le barbe non lavorate colla
usi tata leggerezza di Gaudenzio. La riproduzione di un affresco del Lanino a Varallo che farò
più innanzi, potrà servire di utile confronto. Si osservino per es. nell'uno e nell'altro dipinto
le mani incrociate di alcuni apostoli, che davvero non potevano essere ideate più originalmente
e in modo più simigliante fra loro. D'altra parte, se si pone tale opera a fronte di diversi
affreschi di San Cristoforo, quantunque sieno questi di gran lunga superiori in merito, non si
può fare a meno di ammettere una certa vicinanza di modo di fare e di conformazione delle
figure e delle forme.

A meglio dimostrare quanto vado dicendo, mi sia concesso riportarne uno di questi affreschi,
VAssunzione di Maria al cielo, dipinto degno di Tiziano per grandiosità di concetto e di colore, e
pregevole sovra tutto nella gloria per le insuperabili sfumature (fig. 10"). Orbene, in tale dipinto,
opera di pieno sviluppo, principiata nella primavera del 1533,2 è indubitato che il Ferrari si sia
servito del valido aiuto del Lanino, in quell'anno già abilissimo pittore e discepolo.

Io dunque credo ragionevole, per quanto nuova, l'attribuzione del Frizzoni, anche perchè se
realmente si trattasse di un lavoro giovanile del Ferrari, questi vi avrebbe fatto uso dell'oro;
mentre invece nè nelle aureole, nò negli spilloni, nè in alcun'altra parte si scorge la benché
minima traccia.

Di più mi pare anche di poter conciliare tale ipotesi colla tradizione che il Cenacolo di
Vercelli fosse di Gaudenzio. Infatti la quantità delle opere del Ferrari ci deve rendere persuasi
che egli ben volentieri, associandosi allievi nella esecuzione dei lavori affidatigli, dovesse anche
frequentemente lasciarli da loro condurre. Ce lo dicono pure i documenti raccolti dal Bruzza,
i contratti di allogazione cioè, in cui i committenti, consci dell'abitudine di Gaudenzio, ponevano
esplicitamente la clausola ch'egli dovesse condii)- l'opera tutta di sua mano.

Perciò, forse nel Cenacolo di cui parlo, Gaudenzio avrà dato la prima idea, avrà eseguito gli
studi, ed avrà per tal modo preso il suo nome.

Infatti un disegno di Gaudenzio, lumeggiato a seppia e biacca, conservato nella Galleria
Arcivescovile di Milano, ricorda la Cena di Vercelli, studio prezioso e gustosissimo per la facilità
caratteristica con cui è eseguito. Lo riproduco qui fotografatomi da Ricordi e Pagliano di Milano
(fig. 11").

Trovasi su un foglio di carta giallastra, largo cm. 39 i/i ed alto 25 '/2, e sembra realmente
un primo pensiero dell'affresco di Vercelli. Lo fanno credere almeno le varianti del giovanetto
inserviente, degli accessori del tavolo coi due risvolti, del gatto e del cagnolino, la diversa
disposizione dei gruppi degli apostoli nei loro atteggiamenti e nel piegare delle teste, ecc., ecc.

Non puossi poi assolutamente dubitare della sua autenticità, poiché i tipi sono quelli che
scorgiamo in molti affreschi di Gaudenzio, e il modo impetuosissimo di schizzare è quello di
tutti i disegni suoi, le forme troppo spiccatamente gli appartengono, e più di tutte, facile a
rilevarsi, la mano colla sua apertura speciale fra il pollice e l'indice e colle dita quasi sempre
separate le une dalle altre. E notisi che l'analisi delle forme, che in alcuni autori può anche
condurre all'equivoco, in Gaudenzio non fallisce giammai.

Nè si può asserire, come piacque ad alcuno, indicare forse il giovinetto inserviente un tempo
più avanzato. Mi pare infatti che Gaudenzio, fra i suoi contemporanei che imitarono il Cenacolo,
si emancipasse pel primo dalla imitazione servile di quello di Leonardo, quasi inventando, in

1 Fascicolo settembre-ottobre 1891.

2 Documento XI, Colombo : libro citato.
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