Archivio storico dell'arte — 5.1892

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AMBROGIO MARAZZA

Il Lanino, ripeterono molti scrittori, la copiava fedelmente in San Nazzaro Maggiore di
Milano. A me pare che cercasse solo, molto liberamente, di imitarla nelle sue generalità, come
dalla riproduzione che qui ho procurato al lettore, subito appare; e forse quando, dal 1546 al
1548 si trovava a dipingere, in compagnia del Della Cerva, il grandioso affresco di Santa Cate-
rina nella vicina chiesetta dedicata a questa martire. 1 E non è punto vera l'asserzione dell'Abate
Luigi Malvezzi,2 essere stata fatta tale Cena nel 1540, poiché in quest'anno (come dissi) ne
mancavano ancora tre a che fosse allogata a Gaudenzio la Cena della Passione.

Questa del Lanino, che al presente, collocata assai infelicemente, serve di pala alla Cappella
del Corpus Domini, detta pure degli Apostoli, misura metri 2.25 di larghezza per metri 3.18
di altezza, è opera assai pregevole, benché piena di reminiscenze anche leonardesche, e lascia
riconoscere nel suo complesso il diretto allievo e degno collaboratore di Gaudenzio. Ben model-
lato ed espresso il viso dolce del Redentore, e di un apostolo in ispecie.

Benché essa non abbia il pregio delle opere primitive dell'autore, pure acquisterebbe assai
di effetto se fosso ripulita dal giallume che la riveste.

Dissi che il Lanino imitava solamente la Cena della Passione, poiché le modificazioni sono
assai rilevanti. La scena principale è divisa dallo sfondo mediante una tenda verde, dietro la
quale vi si vede rappresentato, in figure di assai minori proporzioni, dal lato sinistro un gruppo
di uomini od inservienti, dal lato destro l'episodio della lavanda dei piedi.

Per conto mio è l'opera di cui parlo, autentica del Lanino, e ne traggo conforto dai segni
caratteristici dell'autore, quali l'orecchio romboidale, ma tondeggiante, il colorito più fosco e
meno brillante che nel Ferrari, le teste leggermente quadrate o rotondeggianti, ecc., ecc. Anche
il confronto poi di quest'opera del Lanino colla Cena del Duomo novarese conferma sempre più
quanto sien lungi dal vero coloro che vorrebbero, come dissi, tutte e due le opere dello stesso
autore (fig. 18a).

Ma ritornando alla Cena del Ferrari nella Passione, fra i suoi pregi brilla il contrasto fra
la dignità e la calma del Cristo, fatto ad imitazione di quello di Leonardo, che sta meditando le
parole allora allora pronunciate, ed il fuoco degli apostoli tumultuanti. Il Giovanni che dorme
appoggiato naturalmente e dolcemente al petto di Gesù, fra quelli dipinti con fedeltà alla tra-
dizione cristiana, è il più bello, dopo quello del Vinci, ch'io mai abbia veduto. Fa pena però
il vedere come anche questo splendido capolavoro non sia stato, in questo secolo, risparmiato
da una barbara pulitura con acqua di potassa che ne rovinava la patinale da una torbida ed
ineguale vernice, che toglie l'armonica intonazione, offuscando i colori irregolarmente qua e là.

Riporto qui, a titolo di curiosità, alcune parole del Bordiga, in una nota a pag. 41 delle
sue Notizie, di colore alquanto oscuro. Parlando della Cena della Passione scrive: « Il signor
D. Vincenzo Massa, Preposto di Carnago, amatore di belle arti, possiede questo Cenacolo, dipinto
sul rame, in piccole figure, e nelle teste scorgesi qualche originalità ». E più non dice.

Ora non si sa dove sia andato questo piccolo Cenacolo a finire, ma valga pur qui quanto
già dissi a proposito dei dipinti sul rame.

Così pure ricorderò come il Rio, nel suo libro De l'Art Ghretien,* parlando della rapidità
con cui bentosto il Cenacolo di Leonardo era divenuto popolare, tanto «qu'il fall ut [aire rio/enee'
a la forme naturellemcnt oblongue de la composition, et, la faire passer des réfeetoires sur leu
autels par des application^ plus ou moia* ingénieuses des procédés de la perspective» aggiunge:
« Je citairai surtout le beau tableau de la Cène par Gaudenzio Ferrari dans l'Eglise de la Pace
à Milan ».

Credo che il Rio abbia preso equivoco con quella della Passione, poiché nessuna Cena di
Gaudenzio Ferrari figura tra gli affreschi numerosi trasportati da quella chiesa in Brera, o tra
quelli che ancora ivi si conservano e nemmeno nelle descrizioni di quel monastero date dal Torre
nel Ritratto di Milano e dal Lattuada nella Descrizione, scritte innanzi la soppressione, avvenuta

1 Vedi Documenti e notizie intorno gli artisti rereel- * Le. glorie dell'arte lombardi! ; .Milano, 1882, p. 204.

lesi, per Or. Colombo; 1883, p. 175. 3 Tome III, cap. xv, p. 91.
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