Archivio storico dell'arte — 5.1892

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guardo, e senza nemmeno leggere, anticipatamente
mi fo sicuro di doverlene avere gratissima rimem-
branza e obbligazione cordiale.

Di più non mi estendo sul proposito, nella brama
ardentissima in cui sono, di gustare la lettura della
classica opera sua.

Frattanto Ella mi abbia sempre per il Suo più
obbligato e osservanti**.

Roma 11 Xbre 1818.

Servitore ed Am.
Canova.

XIII.

Chiarissimo sig. Marchese, [Antonio Canova]

Questa mia lettera, 1 contati i giorni del viag-
gio di posta da Parigi a Roma, dovrà pervenirle
costà in tempo eh' Ella avrà già potuto trascorrere
i due volumi ch'io le mandai a' dì passati, e nei
quali tra le altre tante cose spettanti alla nostra
bella Roma, Ella dee forse aver letto la nota 57
del quarto mio Ragionamento, voi. 2, fase. 286. Ciò
che per modo suppositivo e quasi del tutto incre-
dibile io quivi dico delle esplorazioni da farsi nel
Tevere a profitto di persone private, io trovai es-
sere affatto vero, in leggendo qui il foglio delle
Notizie del (/ionia, de' 12 del preterito novembre.
E ben la certifico che, quantunque tutto ciò sia
in quel foglio per solenne concessione dimostrato,
a me si convenne rilegger più volte lo scritto per
potere a me stesso persuadere che quello eh' io
leggeva fosse cosa reale e non suppositiva. E nel
vero se nel 1773 (come in essa gazzetta si dice),
benché si fosser tentate sì fatte esplorazioni in
modo affatto sconvenevole, pure se ne ritrasse tanto,
quanto sopravanzò a compensare ogni spesa fatta
per questo; certa cosa è che ora, ciò recando ad
effetto con più ostinata industria, ed in luoghi dove
con ragione si presuppone dover essere più grande
copia di pregiate cose e di maggior pregevolezza,
certa cosa è, io dico, che le spese dell'opera sa-
ranno con molta esuperanza compensate dal valore
di ciò che si dovrà rinvenire.

Perchè dunque un'impresa nella quale non so-

1 La riproduco dalla minuta, e la pongo qui, quan-
tunque anteriore d'un giorno alla data della prece-
dente (XII), perchè essa seguì, non accompagnò, il dono
dei libri di cui il C. accusa ricevuta nella precedente,
e perchè essa die' poi luogo alla risposta del C, che
vien subito appresso (XIV).

lamente non è quasi alcun rischio di perdita, anzi
somma probabilità di sommo profitto, far deesi a
spese di persone private ? Dopo che tanta perdita
ha già fatto Roma ne' capolavori ch'essa possedeva,
non è forse cosa ontosa molto il non procacciar
di riparare questo danno con lasciarle tutto ciò che
nel suo territorio andrassi disotterrando nel tempo
avvenire ? E perchè, per altra parte, mettersi a
repentaglio, se cose di sommo pregio fosser rinve-
nute, o di lasciarle trasportare altrove, o di doverle
comperare alle spese de' cittadini dello Stato ro-
mano ? E perchè, in ciò che è di pubblica pro-
prietà, spontaneamente vuol se stessa vincolare la
Corte pontificia a dover piatire con terze persone,
o, per meglio dire, con genti avidissime di far lar-
ghi profitti a danno della comune nostra italica
patria? E forsechè per uno Stato, così come è quello
di Roma, dee reputarsi grandissima cosa la somma
di trentaseimila scudi, e massime a questi tempi
che in tutta Italia sono le gravezze dieci volte più
onerose, che non erano altra volta? E crede Ella
che i cittadini dello Stato romano non comporte-
rebbono, con molto maggior piacere, così fatto peso
per così fatta patria cosa, che non comportassero,
o comporteranno, le spese delle liete accoglienze
state fatte ultimamente al re di Napoli, e da farsi
quando che sia ad altri stranieri dominatori d'Ita-
lia? E non si dirà anche in tutta Europa che,
mentre con ispesa grandissima, si mandano a di-
sotterrare le antichità egizie, Roma mette a mer-
cato quelle che ha nelle stesse terre sue ?

Ma io non dirò più innanzi, e anche più che,
scrivendo io a persona nel cui petto arde così come
nel mio avidissima la fiamma dell'amor patrio, a
me non fa punto mestieri di distendermi in più
lungo ragionamento. Anzi, perchè questo, ch'io
dico, può essere grandemente avvalorato dall'au-
torità sua, la quale è somma in queste cose, io
elessi di scriverne a lei, piuttosto che a Sua Em.za
il sig. Cardinal Consalvi. E con ragione io perciò
spero che, mediante Lei, il mercato fatto con co-
testi avidi esploratori del Tevere sia renduto di
niuno effetto; il che agevolissimamente potrassi as-
seguire, facendo loro rimborsare il prezzo delle
Azioni che avessero essi già preso. E così l'opera
sarà poi, come esser dee, recata ad effetto a sole
spese ed a sola utilità pubblica: cosa ch'io avrò
oltremodo cara, sì perchè sarà oltremodo vantag-
giosa alla nostra bella Roma, sì ancora perchè
negli altri scritti ch'io tesser dovrò per l'Italia, ed
anche a sollecitazione eli molti eie' principali italici
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