Archivio storico dell'arte — 5.1892

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leva porsi in mezzo alla mensola die sosteneva il
tabernacolo: esso apparteneva dunque all'ultimo
periodo delle opere di Mino in Roma. Le due opere
per la Minerva potrebbero anch'esse appartenere
allo stesso periodo, quando, cioè, Mino lavorava il
monumento del Tornabuoni per la stessa chiesa ;
ma è troppo lieve argomento per una fondata ipo-
tesi. Quella di cui più è da lamentare la perdita,
è la pila dell'acqua santa, di cui non abbiamo altri
suoi esempi. Quanto alla parola fidelis dell' iscri-
zione, dubito che l'anonimo abbia letto o interpre-
tato male, e che si dovesse leggere de Fesulis.

Di queste tre opere, delle quali non so che altri
faccia menzione, non ho trovato vestigio; il che fa
pensare quante opere d'arte debbano esser andate
distrutte in Roma, se a salvare queste non è ba-
stato che vi fosse scolpito il nome di un artista
famoso.

Versi del 400 e del 600, attinenti a pittori, od a cose
d'arte, tratti da mss. estensi, e pubblicati per le
nozze della signorina Ada Mazzoli col signor avvo-
cato Giulio Veneri, avvenute in -.Modena il ."> mag-
gio 1892. — Carpi, G. Rossi, 1892.

Parte di questi versi furono già pubblicati,
quelli del poeta Ulisse si ritrovano nel periodico
Der Kunsfreund di Berlino, nelle Memorie della
Deputazione di storia patria di Modena, ecc. Non
ci è noto del pari che sieno stati pubblicati ancora
il sonetto di Filippo Nuvolone (poeta probabilmente
carpigiano) dedicato a Andrea Mantegna, e i due
sonetti di Felice Feliciano, veronese antiquario e
letterato, dedicati a Cristoforo Geremia. Questi due
ultimi, quantunque scritti sulla solita falsariga dei
versi dedicati ad artisti, non sono senza interesse
perchè dedicati a un artista poco conosciuto sin
qui, a Cristoforo Geremia che il Filarete, in una
lettera scritta a Francesco Sforza, menzionava
come uno dei migliori scultori contemporanei. Eu-
genio Muntz (vedi Lrx art* à la tour des Pape»)
ci insegna che nel 1468 Cristoforo Geremia fu im-
piegato da Paolo II in diverse opere di scultura ;
e come scultore viene decantato da Felice Feliciano
nei sonetti che qui si riportano.

(Ita in*. X. B. 14 a enrta 5 v.)

Per Philippum Nuvohnum tir. elàr. mi Andream Man-
teynam pietorem.

Con vere che '1 figliol di Citarea

Me avesse vincto e colligato ci cuore,
S'io devesse esser condecente auctore,
Scriverti in rima, o glorioso Andrea.

Ma quel dolce ch'in te sempre parca

Mentre insieme eravam, quel grande amore,
M'insegna farti reverentia e onore,
E a te scrivendo tutto mi ricrea.

Sì che tu fonte d'ogni ingegno altiero,
In cui natura ben quell'arte puose,
Sopra gli ambi roman Parasi e Apollo.

A to mie rime drizzano el sentiero,
Seco portando mille altre mie cose.
Forse indigno a te, docto, a me alte e belle.

K fa che ti sian quelle
Joconde e grate, come io te le mando,
Tua persona gientil sempre affectando.

(Dal ma. sud,!, a c. i; v.)

Felix Feliciamu Veronensis. Cluni <i peritissimo viro
Christophero Hieremia sculptorum splendori, sahttem
ilicit.

Chi mai celebrerebbe il grande inzigno,
L'artifice tue mani, e il morto onore,
Di Praxitelle vero imitatore,
Oltre al corso mortai supremo e digno ?

Vedo nell'acqua il candido cigno
Cantar, al mar il lito, all'erba il fiore.
Notar i pisci dentro il mar maggiore,
E vedo frondeggiar crescendo il tigno.

Quivi le ninfe nelle selve umorose,

Cacando incurvar gli archi, in una fonte
Cinzia bagnarsi, et Ateon Tabano

Mutato in cervo, per rupe dumose
Li suoi cani fugir, vedo nel monte
Jove tenendo le fulgietre in mano.

Inteletto soprano
L'arte di Fidia et Lisippo ti onora
Per cui perpetua fama ancor dimora.

(Dal tiis, suild. a c. 8 v.)

Felix Felicianus Veronensis. Ad eommendationem famo-
sissimi sculptoris Chfistophoris Hyeremiae.

Non fu mai Policleto, in alabastro
Extracto per sculpir cosa divina,
Nè Zeusi intento sopra la ealzina,
Per figurar un vivo in terra o in castro ;

Nè eremita a contemplar sopra d'un lastro,
Cristo conficto, e sul capo le spina ;
Nè astrologo levato la matina,
Per veder nanci al sol transir un astro.
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