Archivio storico dell'arte — 5.1892

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RECENSIONI

lavoro, così è anche l'ultima sua opera. D'allora
in poi non abbiamo notizie di lui; probabilmente
sarà mancato ai vivi poco dopo averla compiuta.

La seconda famiglia di scultori ticinesi, che
dopo i (ìagini nella prima metà del Cinquecento
a Genova godette di grande fama, furono gli Aprile
di Carona. Nel 1499 già riscontriamo un Giorgio
di Aprile, dal 1504 al 1558 poi troviamo Pietro
di Giovanni, delle cui opere, per lo più di poca
importanza, nessuna si è conservata. Uno de' suoi
fratelli, Gio. Antonio, visse e lavorò alcun tempo a
Savona; l'altro, Antonio Maria de Aprile, era il
più giovane, dacché per la prima volta rintracciamo
il suo nome sedici anni dopo che Pietro viene ri-
cordato nei documenti genovesi, e cioè nella sua
segnatura («Anthonius Maria de Aprilis de Ca-
rona hoc opus faciebat in lanua 1520») sul mo-
numento di don Pedro Henriquez, padre di don
Fadrique, destinato, come quello della madre sua,
scolpito da Pace Gagini, per la Certosa di Siviglia,
e ricomposto oggi dirimpetto a quest' ultimo nella
chiesa dell'Università. La data scritta sul monu-
mento non è però quella del suo compimento, ma
quella della sua allogazione, giacche fu nel 1520
che don Fadrique passò per Genova e vi dette com-
missione dei due monumenti sepolcrali destinati
pe' suoi parenti. Anzi, il monumento, a quanto
pare, non fu terminato prima del 1525, dacché in
un documento in data del 19 dicembre 1525 si
dice che Ant. Maria de Aprile e Bernardino Ga-
zini « nuper venerunt Januam ex Ispania », senza
dubbio dopo avere soprainteso all'erezione dell'opera
sul luogo. Il Gazini qui nominato per la prima
volta era probabilmente parente di Pace; lo rin-
contriamo ripetutamente negli anni 1526 e 1532
nella Spagna; ancora nel 1534 egli, in compagnia
con Anton Maria de Aprile, fa un viaggio a Si-
viglia. L'analogia fra i due capolavori dello scal-
pello italiano in [spagna si limita solo alla loro
grandezza ed al numero e alla distribuzione delle
sculture figurative. Tutto il resto, come sarebbe il
concetto generale, i motivi degli arabeschi, la ma-
niera dell'esecuzione tecnica dell'ornamentazione,
è diverso. Non è più la forma semplice e pura del
monumento a nicchia (Nischengrab); quest'ultima
è fiancheggiata da quattro colonne di ordine ro-
mano, portanti una trabeazione compiuta, che sopra
di esse sporge largamente davanti alla parete, sicché
insieme colle colonne forma quasi un portico nel
mezzo del quale, su alto sarcofago, riposa la statua
del defunto. Anche il coronamento del monumento,

in forma di frontone classico, sotto cui si stende
l'arco della lunetta, è una innovazione poco felice.
All'opposto, lo stile degli arabeschi sulle colonne,
sull'archivolto e nei fregi è più sobrio, più puro
di quello del compagno seniore, di G. Maria di
Aprile. Anche nelle sculture figurative quest'ultimo
supera il suo antecessore. Mentre il nostro maestro
si crederebbe occupato interamente in quest'opera
di lunga lena, i documenti ci dicono ch'egli nello
stesso tempo — alli 18 marzo 1522 — in compagnia
di Ang. Molinari da Savona, prese a fare il pulpito
pel Duomo di questa città, la sola opera che dal
vecchio Duomo passò nel nuovo. Fissa supera in
ricchezza di ornamenti e di sculture il pulpito del
Duomo di Genova, eseguito pochi anni dopo da
P. Ang. della Scala, originario anch'esso di Carona.

Mentre Gio. Maria di Aprile era occupato a
Siviglia nella erezione del monumento Enriquez, il
suo fratello minore Giovannantonio, in compagnia
col testé nominato Pier Angelo della Scala, rice-
vette dal vescovo di Avila, Francesco Ruiz, che
nel 1514 ritornando da Roma passò per Genova,
la commissione pel proprio sepolcro ch'egli aveva
intenzione di farsi erigere nella chiesa di San Gio-
vanni a Toledo. L'opera era finita due anni dopo,
dacché nella primavera del 1526 Bernardo (lagini,
che allora era sul punto di partire per la Spagna,
dai due maestri di essa viene incaricato della cura
di sorvegliar la sua erezione a Toledo. Il disegno
del monumento, che il vescovo aveva portato seco
da Roma, era differente dai tipi allora usitati per
simili opere. Era quasi una traduzione del tipo dei
monumenti sepolcrali dei Cosmati a Roma nelle
forme del Rinascimento, arricchita, s'intende, di
statue, rilievi, ornamenti e rabeschi. L'opera, dopo
la sua erezione, fu guastata coll'aggiunta di scul-
ture in legno, dipinte a guisa di marmo, come sa-
rebbero due mezze colonne di stile barocco, due
tabernacoli per statue e due postamenti per altre
due figure. Probabilmente la nobile semplicità del-
l'opera era apparsa poco soddisfacente al gusto
dei Toledani, già corrotto dalle stravaganze del loro
stile « plateresco ».

Del resto l'effetto che tutte queste opere di
scalpello italiano avevano prodotto in Ispagna si
tradisce il più manifestamente nel fatto che i due
maestri Anton Maria de Aprilis e Bernardino Ga-
zini, quando nel 1525 ritornarono a Genova, reca-
vano seco la commissione per non meno di sei
opere di scultura, affidate loro dai membri più
eminenti dell'aristocrazia sivigliana. Una sola di
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