Archivio storico dell'arte — 5.1892

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nella cappella di Sant' [delfonso della cattedrale di
Toledo; il cenotafio del vescovo Baldassarre del Rio
(decesso nel 1541 a Roma e sepolto in San Giacomo
degli Spagnoli) nella cappella della Consolazione, da
lui nel 1518 eretta nella cattedrale di Siviglia; il
monumento di Don Fedro Fernandez de Velasco
(f 1492) e sua moglie in una delle cappelle della
cattedrale di Burgos, e, ili epoca posteriore (I57!l),
i dieci grandi bassorilievi siill'« Antecabildo » ed i
sedici nel Capitolo del Duomo di Siviglia. Se si po-
tesse riuscire a scoprir il loro maestro, un docu-
mento di somma, importanza verrebbe aggiunto alla
storia della scultura ligure nel Cinquecento.

C. DE PaBRICZY.

H. Jamtscheck, Die Kunstlehre Dantes und Giottos Kunst.

Leipzig, F. A. lìrockhaus, 1892, in-s, di pp. 81.

L'egregio professore della storia dell'arte nel-
l'università di Lipsia col presente discorso pronun-
ciato alli 4 di maggio corr. nell'aula di quella uni-
versità, prendendo possesso della sua cattedra, si
accinge a cbiarire la connessione della teoria del-
l'arte svolta da Dante coli'arte di Giotto. Pren-
dendo le mosse dalle dottrine relative di San Tom-
maso d'Aquino egli dimostra, che l'autore della. Di-
rimi Commedia, in quanto alla metafisica del bello,
in sostanza segue le orme del grande propugna-
tore della filosofia scolastica, di cui egli con parole
ispirate si confessa essere discepolo. Sull'origine e
sulla natura del bello egli non ci offre altri schia-
rimenti all'infuori di quelli desunti dal sistema filo-
sofico del suo maestro; il suo inerito non consiste
in altro se non nell'avere, per mezzo della poesia,
popolari/.zato la di lui dottrina. C'è però da notare
che questa popolarizzazione era già stata preparata
dal movimento religioso iniziato da San Francesco.
Ma oltre la parte teoretica, vi è pure negli svolgi-
menti di Dante su questo soggetto una parte, per
così dire, pratica, le cui conclusioni sono desunte
dalle proprie esperienze del poeta e nella quale
egli ha precisato le esigenze istintive dell'epoca
sua, il cui spirito e genio lo animava e guidava
nelle sue proprie creazioni artistiche. Se l'arte «a
Dio quasi è nipote » (Inf., XI, 105), incombe ad essa
di cattivare l'anima per la bellezza delle sue crea-
zioni, come lo fa pure la natura. Così l'attività
creatrice dell'artefice viene messa in analogia con
quella di Dio (De Monarchia, lib. I, cap. I), e con-
seguentemente rinnegata la concezione (Autfassung)

del medio evo, che nell'arte non ravvisava altro se
non un mestiere (Handwerk). A questo modo di
vedere corrisponde poi anche la dottrina di Dante
sull'origine dell'opera d'arte. L'idea di questa, esi-
stente nel concetto, nella coscienza dell'artefice, è
il primo momento nel processo creatore. .Ma essa
tiene la sua origine dall'ispirazione: questa è la
forza misteriosa che fa germogliare nell'animo del-
l'artefice l'idea dell'opera d'arte (Purg., XXIV,
52 segg.). Questi però non è capace di mettere in-
nanzi ai nostri occhi checchessia rimasto estraneo
alla sua natura (« Poi chi pinge figura, Se non
può esser lei, non la può porre»; cfr. // <'(imita,
lib. IV); egli non può figurare se non quanto ha
assimilato nel suo interno, quanto ha sperimentato
nel suo animo. Ed infatti, l'adempimento di questi
precetti è la presupposizione per quella realità (Le-
benswahrheit) che a Dante pare il più alto scopo
dell'aspirazione dell'artefice (cfr. Purg., XII, 64
segg.), benché egli sia conscio che a questi non
è mai concesso di rivestir le sue idee di quella
forma perfetta che esse hanno nella sua immagi-
nazione (cfr. I'arad., I, 127; XXX, 1!) segg. e
SI segg.).

Questo giudizio emesso, nella lotta delle diverse
correnti artistiche della sua epoca, dal Sommo
Poeta con maravigliosa chiarezza sopra le esigenze
e i fini dell'arte, è stato confermato non solo dal-

j l'evoluzione stessa di questa ultima nei secoli ve-
nuti dopo lui, ma il suo grande contemporaneo

| ed emulo Giotto già appare— nell'indirizzo della
sua arte — come l'illustrazione degli assiomi di
Dante. L'arte anteriore fino a Cimabue e questo
compreso, aveva mirato non alla vita, alla realtà, ma
alla sublimità. Basta, per convincersene, rievocare
nella memoria le tante rappresentazioni della Ma-
donna col Bambino. Ed ecco apparire Giotto, e con
lui vivacità in luogo di austera sublimità. Con ener-
gica compassione egli penetra tutta la materia dei
soggetti dell'Evangelo e delle leggende, dal pro-
fondo del suo proprio cuore egli commenta l'azione
dei suoi personaggi, motiva le scene raffigurate.
Con ragione si può perciò sostenere aver lui dato
a tutta la materia dei soggetti cristiani una nuova
orientazione per l'arte, averla lui per l'appunto
schiusa alla comprensione, all'intendimento umano.
Dalla sua forza di convincere, di costringere psi-
cologicamente, si spiega pure il giudizio dei suoi
contemporanei e successori, e si fa vero il detto
del Vasari essere con Giotto sórta la nuova, la
vera arte. Come Dante per la poesia, cosi Giotto
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