Archivio storico dell'arte — 5.1892

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RECENSIONI

tante sulla tavola di mezzo il Presepio, su quelle
laterali il giovane Tobia coll'angelo Raffaello e
San Girolamo in una caverna genuflesso davanti
al Crocifisso. L'opera entrò, nel 1841, nella galleria
di cui ora fa parte, colla raccolta dell'antiquario
e dilettante Metzler, legata alla sua città natale,
e ivi, originalmente, fu attribuita a Gaudenzio Fer-
rari, attribuzione che nel catalogo provvisorio del-
l'anno 1888 venne cambiata in quella a Giovanni
Aut. de' Bazzi, il Sodoma. Che ambedue queste de-
nominazioni non corrispondano alla verità ce ne
convince un esame, per quanto superficiale, della
tavola in questione. Ed infatti, in un inventario
delle pitture della raccolta Metzler, l'autore del
presente scritto la trovò assegnata a Eusebio Fer-
rari, benché ivi a questo nome erroneamente sia
aggiunto un: « rectius Gaudentio Ferrari da Val-
dugio ». Questa attribuzione viene corroborata da
un passo del libro del Padre Colombo : « Docu-
menti e notizie intorno gli artisti vercellesi », dove,
a p. 79, la nostra tavola sulla fede del De-Gregory
(Istoria della vercellese letteratura ed arti, To-
rino, 1820, parte II, pag. 232) è già ascritta al
suo vero autore. Al De-Gregory, però, che ne dà
la descrizione accurata, ed indica pure come luogo,
dove esisteva, la chiesa di San Paolo in Vercelli,
essa non era conosciuta; egli trasse le indicazioni
riprodotte da lui, da un manoscritto del giurecon-
sulto ed archeologo vercellese Carlo Amedeo Pel-
lini (1598-1672), dal titolo: «Serie degli illustri
vercellesi » esistente nell'archivio di quella città,
ed annotato dall'archeologo Giov. Ant. Ranza (1740-
1801), il quale — secondo quanto ne riferisce il
De-Gregory — aveva veduto il quadro del Ferrari
ancora nel suo luogo originario. Da quest' ultima
notizia poi si deve inferire ch'esso probabilmente
venne sottratto dalla chiesa di San Paolo non prima
della fine del secolo scorso, allorquando nelle guerre
della rivoluzione francese tante opere d'arte furono
rubate, e trovarono, alcune non senza lunghe e
sinistre peregrinazioni, nuovi asili nelle gallerie
pubbliche e nelle raccolte private oltramontane.

Avendo l'autore così fissato l'artefice del nostro
trittico, nella seconda parte del suo studio si ac-
cinge a chiarire e la sua individualità artistica e
le vicende della sua vita. In quanto a quest'ul-
tima, stabilisce essere stato figliuolo di un Bernar-
dino Ferrari, il quale, originario del villaggio di
Pezzami nelle vicinanze di Vercelli, nella seconda
metà del secolo decimoquinto si stabili a Vercelli,
ed ivi morì fra il 1504 e il 1505. Quando e dove

nascesse Eusebio non si può sapere dai documenti
esistenti; per la prima volta viene ricordato nel-
l'anno 1508, quando prestò malleveria per Gau-
denzio Ferrari, il quale, sotto il 26 luglio di quel-
l'anno, si obbligò di dipingere un'ancona per la
chiesa di Sant'Anna. Era questo il primo lavoro
che il Ferrari eseguisse in Vercelli (il documento al-
meno che ne parla è il più anteriore di tutti quanti
si sono conservati intorno la sua attività artistica
in quella città); e che Eusebio, ovvero Fra Eu-
sebio, come il nostro artefice spesse volte viene
nominato nei documenti, essendo stato ascritto al
terzo ordine di San Francesco, potesse assumere
l'incarico di mallevadore di Gaudenzio, ci fa in-
filile che a quel tempo doveva già avere acqui-
stato una certa rinomanza. Tre anni dopo gli fu
affidato, anche a lui, un lavoro nella medesima
chiesa di Sant'Anna, obbligandosi egli nel contratto
conchiuso alli 26 agosto 1511 di « pingere capellam
sce Anne iusta designum factum et datum et per-
bonis pincturis et colorihus bine ad festa paschalia
et citius, si fuerit possibile ». Gli avanzi delle pit-
ture di Eusebio, che si sono conservati nella sa-
crestia, già cappella di Sant'Anna della chiesa di que-
sto nome, però sono di cosi mediocre, anzi vile
qualità, che si deve supporre averne il maestro ri-
messa l'esecuzione nelle mani dei suoi garzoni. E
questo 1' unico documento che si riferisce a un'opera
d'arte di Eusebio Ferrari, il quale nel 1526 viveva
ancora; nel 1533 però era già mancato ai vivi,
poiché alli 18 settembre 1526 fa una donazione
insieme con sua consorte, e che sotto la data del
28 giugno 1533 i suoi figli, qualificati di « filiis
quondam mag.r' Eusebi Ferrariis» vendono un pezzo
di terreno. Probabilmente egli morì fra il 1530 e
e il 1533, poiché il De-Gregory rammenta d'aver ve-
duto presso il marchese Gattinara un quadro di
lui, rappresentante la SS. Trinità, colla data
del 1530.

Siccome questo quadro, come anche un altro,
segnato col nome del pittore e secondo l'indica-
zione di Colombo (Artisti vercellesi, p. 79) ven-
duto parecchi anni fa a una raccolta privata in
Monaco di Baviera, oggi non sono più da rintrac-
ciare, la sola possibilità per fissare il carattere
artistico, la maniera di maestro Eusebio, ci viene
presentata dal trittico di Magonza. Esso c' insegna
che lo stile del suo autore apparteneva ancora al
Quattrocento, e che era infiuenzato dalla maniera
di Macrino d'Alba, e ciò non quale questi si pa-
lesa nelle sue pitture di epoca posteriore in Pavia
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