Archivio storico dell'arte — 5.1892

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E. RIDOLFI

essa chiesa, come desiderava introdurre la vita comune e regolare in tutte le altre chiese della
città e dei suburbi cui era addetto un buon numero di preti e di chierici, al fine di togliere le
frequenti ragioni di scandalo. E difatti sappiamo che nel 1041 già era introdotta fra i chierici di
Santa Maria Forisportam, che nel 1046 vi si assoggettarono i canonici di San Frediano, e nel 1048
il clero di San Martino, e tutti per opera del medesimo vescovo Giovanni. 1 E dunque anzi a
ritenere che ampliata o riedificata del tutto la casa canonicale (e vedremo poi che fu assai nobil-
mente fabbricata e vastissima) potesse il vescovo innanzi la sua moi-te vedervi ridotto a vita
regolare quel clero, e divenir esso, con la purità del costume e lo zelo religioso, causa di edifi-
cazione ai fedeli.

Nè ha maggior valore la notizia che la chiesa di San Michele passasse poi in mano dei monaci
benedettini, dai quali ne fosse operato un restauro nel secolo XII ; giacché i benedettini mai non
ebbero stanza presso la chiesa di San Michele in Foro, e tutti i documenti ce la mostrano uffi-
ciata sempre da preti è da canonici retti da priori con la regola di Sant'Agostino, appunto perchè
erano stati ridotti a vita comune. 2

Ma accennato per amore della verità storica che della riedificazione della basilica di San Mi-
chele per opera del vescovo Giovanni non sussiste, o non è conosciuta, una speciale memoria,
ripetiamo non aver nulla di inverosimile e di improbabile che egli, oltre al fabbricare presso a
quella una vasta casa canonicale a guisa di monastero, desse principio anche alla riedificazione della
chiesa; e specialmente dopo che nel 1038 le venne assicurato, per la solenne sentenza imperiale
pronunciata in Vivinaia, il possesso del lascito di Eenzio. La quale riedificazione condotta a lunghi
intervalli, come è caso frequente nella storia dei sacri edifizi, dovè durare per più di un secolo,
ed essere portata a compimento soltanto nel 1143, data che lo storico Civitali diceva leggersi nel
pilastro a mano destra del coro.

E quella data si legge ancora chiarissimamente sul designato pilastro, scolpita in belle cifre,
che conservano la forma romana, non con l'identica disposizione con che la riferisce il Civitali,
ma bensì a questo modo divise :

MC° XLIH.

E qui davvero non sappiamo che cosa dover pensare del conte di San Quintino, senonchè la
passione fa talora velo agli occhi anche delle persone più stimabili e dotte.

11 suo lavoro sull'architettura italiana durante la dominazione longobarda aveva riportato
il premio del concorso bandito dall'Ateneo di Brescia ed il plauso di gran parte degli eruditi
italiani e stranieri; ma non però tutti accolsero le sue conclusioni, e i fratelli Sacchi, emuli a
lui nel concorso, impreso a demolirle con scritture pubblicate nei giornali del tempo, cercando
mostrare che il San Michele di Pavia e le chiese lucchesi, basi de' suoi ragionamenti, non ap-
partenevano al tempo da lui designato ; perchè l'una non fu ricostrutta dopo il mille, e le altre
erano invece, nel presente stato loro, fabbriche del risorgimento al mille posteriore. Della basi-
lica poi specialmente di San Michele in Foro dicevano essere nel coro della chiesa stessa una lapide
latina, che precisava l'anno in cui ebbe luogo il suo rifacimento. 8

1 Meni, e (loc. cit., t. V, parte I, p. 234 e seg.

* Jl eh. Barsocchini ripetè nel suo Diario sacro quella
notizia ohe aveva data il Manzi nell'anteriore (p. 239) ;
e non fu invero felice in quanto disse sulla chiesa di
San Michele in Foro; e ciò essendo avvenuto ad un
uomo così dotto o studioso com'egli era delle antichità
lucchesi, mostra come la matassa delle notizie sulla
chiesa medesima sia tutt'altro che facile a dipanare.

3 La notizia di tali polemiche l'abbiamo da due let-
tere del Man Quintino medesimo al marchese Cesare Lue-
chesini di Lucca, nella seconda delle quali, esponendo

la sua difesa, esortava l'amico a scrivere due o Ire far-
ciate intorno a ciò, e farle pubblicare da qualche gior-
nale ben conosciuto in Italia. Furono date in luce dal
compianto amico nostro dott. Anobio Bertaccui nel suo
bel lavoro che ha per titolo Storia dell'Accademia luc-
chesi' (Mini. edoc. per serri re alia storia ili Lacca, t. XIII,
parte I, p. cxxxv e segg., nota) e in quelle lettere il
San Quintino mostra tanto convincimento di ciò che
scrive, da dovor ritenere che gli errori in cui cadde
furono veramente involontari.
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